Sanihelp.it – Si è svolto a Roma, poche settimane fa, al policlinico di Tor Vergata, il congresso Frontiers in Genito-Urinary Reconstruction, che ha riunito i massimi esperti mondiali sul tema della ricostruzione genito-urinaria. È stata l’occasione anche per un confronto sul trapianto di pene, un intervento di cui ci sono al momento solo quattro precedenti al mondo, contando anche un ultimissimo eseguito da poche settimane negli Stati Uniti su un reduce dall’Afghanistan.
Perché parlarne allora? Perché sono migliaia gli uomini che vivono senza il pene. Le cause di amputazione infatti sono svariate: dai traumi pelvici (sul lavoro, automobilistici eccetera) alle infezioni, spesso conseguenza di circoncisioni finite male specialmente nei paesi africani, sino al tumore del pene che nei casi più gravi vede l’amputazione dell’organo come opzione standard per salvare la vita del paziente e diminuire il rischio di recidive.
«Quella del trapianto è una richiesta destinata ad aumentare sia per i pazienti con patologie congenite o pazienti post trauma e sia nei pazienti con tumore del pene che sebbene sia raro (rappresenta meno dell’1% di tutti i tumori) vede una crescita dei casi a causa della diffusione delle malattie a trasmissione sessuale: i condilomi ad esempio aumentano il rischio da 3 a 5 volte e l’infezione da HPV è responsabile del 30-40% dei casi» spiega il Professor Salvatore Sansalone, Co-Presidente e Direttore Scientifico del Congresso e Direttore del Centro di Chirurgia Genito-Urinaria della Clinica Sanatrix di Roma.
Si tratta di un intervento molto complesso. La procedura di trapianto del pene è nota come Allotrapianto Composito Vascolare, composito perché prevede la connessione multipla di tessuti, muscoli, nervi, vasi sanguigni e pelle che deve funzionare sia per urinare che per l’attività sessuale e perché no, la procreazione. «Oltre ad una numerosa equipe di vari specialisti che deve funzionare come una orchestra di altissimo livello è un intervento che dura molte ore» continua l’esperto. «Altra difficoltà è quella di trovare un organo non solo compatibile ma che la famiglia del donatore sia disposta a cedere. Ma è al termine dell’intervento che inizia l’avventura, un periodo post operatorio in cui è possibile che l’organo non attecchisca correttamente, venga rigettato dall’organismo del ricevente o non sia funzionante in maniera corretta».
E poi ci sono le incognite psicologiche. «La complessità dell’intervento non è squisitamente chirurgica ma attiene anche ad una serie di aspetti psico-sessuologici da affrontare con un accurato counseling pre intervento per accettazione di un organo esterno» conclude Sansalone.