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Combattere l’anemia per prevenire la demenza senile

Sanihelp.it – Il naturale processo di invecchiamento a cui l’uomo va incontro, è determinato non solo dalla programmazione genetica delle cellule ma anche dallo stile condotto nel corso della vita (tra i fattori più significativi sicuramente vi sono l’alimentazione, l’attività fisica, lo stress ed il clima). Parallelamente ai cambiamenti che coinvolgono il corpo (come i capelli bianchi e l’indebolimento muscolare) anche il cervello subisce alcune trasformazioni, che talvolta possono implicare l’indebolimento delle funzioni intellettive.


Lo studio guidato da Chang Hyung Hong, ricercatore presso il Dipartimento di Geriatria e Psichiatria della sudcoreana Ajou University, si è posto l’obiettivo di determinare se l'anemia negli anziani possa essere associata alla demenza, una condizione contraddistinta dalla diminuzione delle prestazione cognitive che compromette la capacità di relazionarsi e di svolgere le normali attività.

Lo studio ha coinvolto 2552 anziani con un’età media di 76 anni e di cui il 51,8% di sesso femminile. I partecipanti sono stati seguiti per oltre 11 anni, entrando a far parte dello studio quando ancora non affetti da demenza senile.

La rilevazione del grado di anemia (cioè di quella condizione in cui il numero di globuli rossi e la loro capacità di ossigenazione risultano insufficienti per soddisfare le necessità dell’organismo) è stata invece effettuata utilizzando i criteri stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha fissato come valori per la diagnosi di anemia, una concentrazione di emoglobina inferiore a 13 grammi per decilitro negli uomini e di 12 grammi per decilitro nelle donne: su 2552 partecipanti, gli anziani affetti da anemia sono risultati essere 392 (ovvero il 15,4%).

I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Neurology il 31 luglio, hanno evidenziato che gli anziani affetti da anemia hanno un rischio più elevato di sviluppare demenza senile: al termine degli 11 anni di monitoraggio, su 455 partecipanti (17,8% del totale) che hanno sviluppato una forma di demenza, il rischio per gli anemici di sviluppare questa sindrome è risultato maggiore del 23%.

Dal momento che l’invecchiamento della popolazione Occidentale è un fatto noto (si pensi che in Italia, l’età media si attesta a 43,7 anni) e che, su base mondiale, il 32% degli ultrassessantacinquenni manifestano un grado variabile di deterioramento delle funzioni cognitive, questo studio potrebbe essere funzionale all’individuazione di un bersaglio concreto finalizzato alla conservazione della salute cognitiva.

Per la loro dimensione attuale e futura infatti, le demenze senili rappresentano oggi una delle principali sfide per i sistemi sociali e sanitari dell’Occidente: le proiezioni delle Nazioni Unite relative alla popolazione mondiale, prevedono che il numero di persone affette da demenza senile sarà in costante aumento e passerà dai 25,5 milioni del 2000 ai 63 milioni nel 2030, fino ai 114 milioni nel 2050. Meglio darsi da fare sin da ora.


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