Sanihelp.it – Il football americano rappresenta, secondo le statistiche, lo sport di squadra più amato negli Stati Uniti: la National Football League è addirittura il campionato professionistico più seguito al mondo, con una media di quasi 68000 spettatori per partita. Il Super Bowl, ovvero sia la partita che assegna la vittoria finale, registra puntualmente ogni anno i più alti ascolti televisivi: tra i 90 e i 110 milioni di televisioni sono sintonizzate sull'evento, uno spettacolo che solitamente coinvolge anche le stelle della musica più popolari del momento. Sebbene in Europa sia effettivamente poco seguito e soprattutto poco compreso, la nicchia di sportivi che decidono di dedicarsi al football americano è sempre più numeroso.
Tuttavia, tale disciplina rappresenta uno degli sport maggiormente violenti. «Il football professionistico è come una guerra nucleare: non ci sono vincitori, ma solo sopravvissuti», dice Frank Gifford, ex giocatore dei New York Giants. Ultimamente persino Dan Marino, leggendario quarterback dei Miami Dolphins, ha chiesto assieme ad altri 14 colleghi i danni alla NFL per gli scontri violenti subiti in carriera, scontri che hanno prodotto danni cerebrali, neurologici e cognitivi, spesso irreversibili, che portano ad una maggiore incidenza di patologie quali morbo di Parkinson, malattia di Alzheimer e sclerosi laterale amiotrofica.
Un recente studio presentato dalla Radiological Society of North America ha aggiunto nuovi timori riguardanti il football americano e le ripercussioni che possiede sulla salute dell'essere umano. I ricercatori hanno monitorato 24 giocatori dai 16 ai 18 anni durante gli allenamenti e le partite svolte durante l'arco di una stagione per mezzo dell'Head Impact Telemetry System, casco con sei sensori in grado di rilevare ampiezza, durata, posizione e direzione degli urti subiti. Inoltre, tutti gli atleti sono stati sottoposti ad una particolare tecnica di risonanza magnetica, all'inizio e al termine dell'annata, per rilevare micro-cambiamenti della materia cerebrale.
I risultati sono stati utilizzati per dividere i giocatori in due categorie: chi subiva impatti leggeri e chi subiva impatti pesanti. I ricercatori hanno evidenziato significativi cambiamenti all'interno del cervello per entrambi: non già veri e propri danni, poiché gli scienziati non sono in grado di verificare se siano modifiche reversibili o meno, o se tali alterazioni siano innocue o significative. Il prossimo passo sarà proprio cercare di comprendere questo aspetto, e se il football americano sia maggiormente pericoloso se praticato dai ragazzi, il cui cervello si sta ancora sviluppando ed è dunque teoricamente più vulnerabile.