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Ibernazione: chiave per l’immortalità o tentativo disperato?

Sanihelp.it – «Hai visto? Io sono ibernato e tu sei morta, e ti amo». Sono tanti i film che parlano di ibernazione: solitamente di genere fantascientifico, mostrano come tale tecnica, che riduce al minimo le funzioni vitali e il metabolismo inducendo l'organismo in una sorta di letargo, permetta di conservarsi molto più a lungo. In «Demolition Man», per esempio, Sylvester Stallone, un ex sergente dai metodi spiccioli, viene scongelato in un futuro senza violenza per catturare il criminale che aveva acciuffato già quarant'anni prima, sfuggito al criopenitenziario. In «Vanilla Sky», invece, Tom Cruise vede spesso in televisione una pubblicità della Life Extension, agenzia che propone ai suoi clienti di essere ibernati, per poi venire scongelati in un non meglio precisato futuro: senza svelare troppo, basti sapere che il colpo di scena finale prevede un'incredibile scoperta da parte del protagonista.


Sembrano storie che possono appartenere solo al grande schermo: ma, al contrario, l'ibernazione non è poi così lontana dalla realtà. Ad inizio marzo i giornali riportavano la notizia di 300 italiani che sarebbero andate negli Stati Uniti per far conservare il proprio corpo all'interno di silos di alluminio pieni di azoto liquido, dove li aspetta una temperatura di -196°: la speranza di queste persone è risvegliarsi tra 300 anni in un futuro dove le malattie, le guerre, persino la morte rappresentano problemi oramai superati dalla scienza. «Se nel 1300 l'aspettativa di vita era di circa 40 anni, e oggi è di 80, tra 400 anni è più che probabile che il dato sarà aumentato sino a 160 anni – affermava Vitto Claut, ottantenne avvocato friulano – ciò significa che, quando mi risveglieranno, sarò praticamente a metà della mia esistenza». Si tratta di una vera e propria resurrezione: occorre infatti la morte clinica del paziente. In seguito, per evitare la decomposizione, occorre portare la testa ad una temperatura di -96° entro due minuti dal decesso.

È paradossale pensare che, per paura della morte, per assoluto amore nei confronti della vita, i pazienti in questione dovranno compiere comunque il grande passo in attesa di risorgere. D'altronde, quando si è disperati, anche una piccola speranza può rivelarsi il più sospirato appiglio a cui aggrapparsi. È il caso di Matheryn Naovaratpong, bambina thailandese di tre anni affetta da una forma molto rara di tumore al cervello: non essendoci speranze di guarigione allo stato attuale della ricerca e delle conoscenze mediche, nonostante un calvario di dodici interventi chirurgici, i genitori hanno deciso di ibernare la figlia, nell'attesa che i progressi siano tali da poter risolvere il problema.

Ad annunciarlo sono i portavoce di uno dei pochi centri al mondo in cui viene utilizzata questa tecnica, denominato Alcor, in Arizona. Matheryn sarà la paziente più giovane mai sottoposta ad ibernazione, processo che al momento è ancora appannaggio di pochi, visti i costi elevati. Ovviamente il centro Alcor non ha dato ai genitori la certezza che la figlia potrà mai recuperare le funzioni vitali una volta risvegliata dal suo sonno di ghiaccio: tuttavia, alla povera Matheryn sarebbero comunque rimasti pochi giorni, visto che il tumore era oramai giunto ad interessare l'80% dell'emisfero sinistro del cervello. La speranza è che questo ultimo, disperato tentativo sia in grado di donare una possibilità di vita ad una bambina che ha conosciuto il calvario della malattia davvero troppo presto. 

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