Sanihelp.it – La sindrome dell’intestino irritabile ha gravi ricadute psicologiche sui malati: in Italia, il 35,9% soffre di ansia a livelli patologici e il 14,5% di depressione. Questi dati emergono da uno studio che AIGO ha realizzato in collaborazione con la Società Argentina di Gastroenterologia (SAGE). Il confronto della situazione nei vari Paesi evidenzia come depressione e ansia siano meno frequenti in Argentina, dove, però, il dolore provocato dalla patologia è meno tollerato.
In Italia, le donne sono colpite da questa patologia tre volte di più rispetto agli uomini (73% contro il 27%) e l’età media è di circa 43 anni. La patologia ha pesanti ricadute sulla qualità della vita: i malati giudicano che il dolore è elevato e ha pesanti interferenze sulle attività quotidiane. Sul fronte della diagnosi e della terapia, emerge come si faccia ancora ampio ricorso a esami invasivi come la colonscopia (più del 40% dei malati), nonostante le linee guida internazionali non lo ritengano necessario in un così ampio numero di casi.
Nel Paese sudamericano si è riscontrata una distribuzione tra i generi simile a quanto registrato in Italia: il 27,9% dei malati sono uomini e il 72,1% sono donne. Percepiti come più gravi, invece, il dolore e le interferenze sulla vita quotidiana. Risultano meno pesanti al contrario le ricadute psicologiche: solo il 24,6%, infatti, soffre di ansia patologica e il 7,1% di depressione.
La sindrome del colon irritabile, come anche la stipsi e la dispepsia, non è una patologia ma un sintomo, cronico o ricorrente. Sono definiti nel loro complesso disordini funzionali del tubo digerente perché sono caratterizzati da alterazioni della funzione dell’apparato digerente accompagnate da dolore, gonfiore addominale, alterazione della defecazione. Sono molto diffusi, tanto da riguardare tra il 10 e il 20% della popolazione dei Paesi occidentali.