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Medicina smart in 5 mosse: stop a test e farmaci inutili

Sanihelp.it – Dopo lo slow food, arriva la slow medicine. Una medicina rispettosa del malato, attenta a gestirlo al meglio e a non prescrivere test e pratiche cliniche inutili o addirittura controproducenti: è quella che promuovono gli esperti della Società Italiana di Medicina Interna. Nell’ambito della campagna Choosing wisely, ovvero scegliere saggiamente, varata nel 2012 dall’American Board of Internal Medicine, gli internisti italiani hanno messo a punto 5 regole per limitare le pratiche cliniche non necessarie e le terapie prolungate e inutili.


L’adozione di pratiche cliniche corrette migliora l’appropriatezza clinica e riduce la spesa, perché per esempio diminuiscono i tempi di degenza spesso prolungati per colpa di scelte mediche che comportano eventi avversi e obbligano a trattenere di più i malati in ospedale.

L’obiettivo è anche modificare l’atteggiamento culturale e gestionale degli ultimi anni, in cui si è assistito a un aumento delle prescrizioni inappropriate perché si è passati a una medicina difensiva, in cui non si utilizza in primis il ragionamento clinico, ma la diagnostica quasi esclusivamente strumentale. Risparmiare su test e visite di troppo consentirebbe di redistribuire meglio le risorse e, per esempio, destinare maggiori fondi alle terapie innovative.

Il primo punto è la mobilizzazione precoce. I malati lasciati a letto, soprattutto se anziani, perdono massa magra e si espongono al rischio di piaghe da decubito, mentre alzarsi presto significa ridurre la degenza e migliorare la qualità di vita del malato.

Seconda regola: no alle terapie antibiotiche nei malati asintomatici, una pratica comune ma che non è fondata su principi clinici solidi e ha favorito la selezione di ceppi di germi resistenti e reazioni crociate fra molecole, in un momento in cui da anni non vengono sintetizzati nuovi antibiotici e i flussi migratori impongono una maggiore attenzione alle infezioni.

Terzo: no all’uso prolungato degli antiacidi più usati, gli inibitori di pompa protonica: si utilizzano in cronico in malati in terapia, non solo antiaggregante o antinfiammatoria, senza però che ci sia un’evidenza clinica di efficacia nella prevenzione del sanguinamento gastrico e con le prove, invece, di un alto rischio di eventi avversi gravi.

No ai cateteri venosi periferici, usati per comodità per giorni e giorni senza che vi sia una reale necessità clinica: oltre a essere spiacevoli per il malato, aumentano la probabilità di flebite e infezioni gravi fino alla setticemia, soprattutto nei più fragili e ad alto rischio, con un aumento dei tempi di degenza e della spesa sanitaria per test e cure antinfettive. Infine, no al test di determinazione del D-dimero se non ci sono indicazioni precise, perché nella valutazione dell’embolia polmonare è spesso più efficace una valutazione clinica. 


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