Sanihelp.it – La salute dei nostri denti dipende da alcune buone abitudini che ci hanno insegnato sin da quando siamo bambini: la frequenza con cui usiamo il dentifricio; il modo in cui utilizziamo lo spazzolino; la nostra dimestichezza con il filo interdentale e il collutorio. Questi sono solo alcuni esempi: ce ne sarebbero molti altri. Ma siamo poi così sicuri che, per mantenere la salute dentale, serva poi tutta questa attenzione? Non è che qualcuna di queste buone abitudini sia in verità inutile? Lo scopriamo attraverso alcuni studi della comunità scientifica.
Ultimamente si è discusso molto del filo interdentale, a seguito della decisione del governo americano di togliere il suo utilizzo dalle Dietary Guidelines for Americans, sorta di vademecum per uno stile di vita corretto. Una delle raccomandazioni più diffuse da parte dei dentisti è che per prevenire l’insorgere della placca, quello strato di batteri che poi può provocare la carie, in particolare negli interstizi tra dente e dente, occorre passare il filo: ciò nonostante non esistono veri e propri studi scientifici che confermino questa credenza. Si tratta di una pratica più utile a combattere l’infiammazione delle gengive: ma nulla dimostra che possa essere efficace contro la placca.
Conferme invece arrivano, per fortuna, sullo spazzolino come strumento di pulizia dentale: specie quello elettrico, riuscendo a ridurre la placca e le gengiviti meglio di quello normale. Tuttavia, per il suo funzionamento, occorre che sia accompagnato da un dentifricio al fluoro, consigliato a tutti dai sei mesi in poi. Nessuna indicazione, invece, sulla frequenza con cui è d’uopo lavarsi i denti: secondo alcuni studi basterebbero un paio di volte al giorno, ma i margini d’errore delle ricerche in questione sono troppi ampi per confermare tale ipotesi senza possibilità di smentita.
Anche la pratica della pulizia dei denti, da tradizione compiuta una o due volte l’anno, non possiederebbe basi scientifiche: sono solo otto gli studi clinici riguardanti questa abitudine, ma anche in questo caso il campione utilizzato potrebbe non essere rappresentativo. Per concludere, occorre mettersi il cuore in pace: spesso, più delle nostre abitudini riguardo l’igiene dentale, la nostra propensione alla carie è scritta nel DNA. La forza del nostro smalto; la composizione della saliva; addirittura la morfologia del dente; sono tutte caratteristiche indipendenti dalla nostra volontà e che hanno un impatto decisivo. Esattamente come i fattori ambientali o l’alimentazione, che spesso fanno la differenza su quante volte dobbiamo andare dal dentista nella nostra vita.