Sanihelp.it – Alcuni alimenti che assumiamo presentano tracce di sostanze considerate ininfluenti per la salute, eppure diversi studi ne dimostrano effetti clinici che imporrebbero ulteriori approfondimenti. È il caso del litio, per cui l'ingestione involontaria a livelli eccessivi può causare disturbi all'apparato digerente e muscolare.
Il litio è un metallo leggero che può accumularsi sia nelle acque che nel suolo, contaminando talvolta gli alimenti. Entra a far parte della nostra alimentazione attraverso il consumo di prodotti come la frutta, la verdura, i cereali e i germogli dei cereali, il sale, le patate, la carne, il pesce, le mandorle, le uova, l’acqua.
Dal punto di vista terapeutico il litio è noto fin dai tempi di greci e romani che ne sfruttavano i benefici immergendosi nelle acque termali per alleviare malinconia e manie, fu inoltre usato nella terapia della gotta e della calcolosi urinaria.
Nel 1940, usato impropriamente come sostituto del comune sale da cucina, causò morti e avvelenamenti per cui se ne vietò l’uso fino a quando lo psichiatra John F.J. Cade ne riscoprì l’azione terapeutica nel suo ospedale a Melbourne. Attualmente è usato come antidepressivo e nel trattamento del disturbo bipolare (sotto forma di carbonato di litio e citrato di litio) e, in dosi terapeutiche, oltre a stabilizzare l’umore sembra influire positivamente sulla memoria.
Nel 1989 negli Stati Uniti fu pubblicato un lavoro che metteva in correlazione le concentrazioni di litio nell’acqua da bere con l’incidenza del tasso di omicidi e suicidi in 27 contee del Texas, suggerendone un benefico effetto sul comportamento umano. Vent’anni dopo un analogo studio giapponese ne confermava la correlazione. Tuttavia questi studi non hanno incontrato sempre parere favorevole nella comunità scientifica.
Dopo l’ingestione il litio viene assorbito dal sangue e trasportato rapidamente a tutti gli organi compreso il tratto gastrointestinale. Si accumula nelle ghiandole endocrine (tiroide, surrene e ipofisi) e nei linfonodi, può arrecare disturbi all’apparato digerente e muscolare. Gli effetti tossici si manifestano attraverso una serie di sintomi che includono nausea, vomito, diarrea, tremori, cambiamenti del comportamento, stordimento e vertigini (senso di leggerezza alla testa).
L'ingestione acuta determina un innalzamento dei valori di litemia nel sangue che può indurre problemi neuromuscolari come tremore o attacchi epilettici, disturbi cardiovascolari e gastrointestinali (nausea e vomito), mentre l’ingestione cronica può causare nefropatia, disfunzione tiroidea, paratiroidea e sospetto di teratogenicità.
La scarsa letteratura scientifica impone cautela. Questo metallo può essere assunto attraverso diversi tipi di alimenti e bevande, compresa l’acqua minerale, in concentrazioni che non ci è dato di conoscere e con un effetto sommatorio che potrebbero portare conseguenze inaspettate. Si attendono ulteriori studi per chiarire i meccanismi fisiologici e tossicologici.