Sanihelp.it – È l’ormai lontano il 2004, quando sulla copertina del Time appare il titolo: The secret killer, il killer segreto. Si riferisce all’infiammazione cronica, considerata responsabile di un’ampia gamma di malattie: malattie cardiovascolari, aterosclerosi, cancro, demenza e depressione a livello cerebrale, epatite nel caso del fegato, sarcopenia quando a essere interessati sono i muscoli.
E se era assodato che l’invecchiamento fosse un fattore di rischio per molte malattie, oggi è valido anche l’assunto contrario, ossia che le malattie che hanno alla base un processo infiammatorio cronico accelerano l’invecchiamento di organi e tessuti. La concordanza tra questi due eventi è stato chiamato inflammaging.
Il centro del problema risiederebbe nel sistema immunitario: produce citochine pro-infiammatorie i cui livelli rimangono costanti in età avanzata, determinando un aumento dei valori basali dell’infiammazione: l’inflammaging.
Allo stesso tempo anche il sistema immunitario invecchia con gli anni e diventa meno efficiente. Nuove interpretazioni della immunosenescenza parlano però di un rimodellamento e un adattamento a nuove condizioni. Una analisi filogenetica sul microbiota di un gruppo di italiani tra i 22 e i 109 anni ha dimostrato che con il passare degli anni diminuiscono sia la diversità batterica che la quantità.
Ecco perché molte ricerche stanno indagando cosa accade nell’organismo dei centenari in buona salute e hanno rivelato un dato inaspettato: il sistema immunitario cambia, ma non necessariamente in senso negativo. Nei centenari il profilo del microbioma intestinale (che agisce come centrale operativa del sistema di difesa) è caratterizzato da un aumento dei Protobacteria che correlano con un aumento di citochine pro-infiammatorie n-6 e n-8 (interleuchine). E nei soggetti longevi di età superiore a 105 anni sono emerse specie sub-dominanti come Akkermansia, Bifidobacterium e Christensenellancee. Una diversità che potrebbe conferire un qualche tipo di protezione.
Oltre a questo fenomeno chiamato inflammaging, se ne riconosce un altro: la meta-infiammazione, fenomeno metabolico, legato a un eccesso di nutrienti e calorie che si presenta in soggetti diabetici o obesi. L’eccesso di nutrienti attiva uno stato infiammatorio in vari organi tra cui grasso, fegato, pancreas, muscoli e cervello, che non fa altro che aumentare la velocità della loro usura e quindi dell'invecchiamento dell'individuo.
Nello stesso tempo sembra che anche il microbiota si modifichi con l’età in maniera peculiare: difficoltà di masticazione, alterazioni del gusto, riduzione dell’appetito e della peristalsi, disturbi del transito determinano cambiamenti alimentari come minor consumo di frutta e verdura, dieta povera di fibre, che inducono una riorganizzazione del microbiota in senso negativo, una condizione chiamata disbiosi. Questa innesca un circolo vizioso di immunosenescenza e infiammazione.
Nel trattamento della disbiosi si sta affermando l’uso di probiotici, con moltissime azioni: dalla produzione di composti antimicrobici alla riduzione del Ph del lume intestinale, sino al miglioramento delle funzioni di barriera che porta alla diminuzione della permeabilità intestinale e alla modulazione del SI con produzione di Beta-difensine.
Lactobacillum Plantarum, per esempio, ha mostrato effetti sulla riduzione dell’infiammazione, con un rapporto positivo a favore delle citochine anti-infiammatorie. Mentre il Lactob. Buchneri aumenta la biodisponibilità di alcuni preziosi micronutrienti e il Bifidus animalis ha mostrato un effetto antiossidante di contrasto all’azione dei radicali liberi. Quello che ancora non è noto è la composizione di probiotici da usare, la frequenza e il dosaggio utile a ottenere questa protezione.