Poco più di un anno fa veniva sfigurata Lucia Annibali, avvocatessa marchigiana che rientrando nella sua abitazione fu aggredita con acido solforico dal suo ex fidanzato; in Inghilterra fece scalpore la vicenda di Katie Piper, simile a quella della Annibali, ma la violenza di genere attraverso l’uso di acido è una pratica molto diffusa nel mondo. Che colpisce quasi esclusivamente le donne.
L'acido è utilizzato per distruggere ciò che è visto da molti come il bene femminile per eccellenza: la bellezza. Ha effetti devastanti: brucia pelle, occhi, orecchie, ossa, sfigurando e spesso rendendo le vittime incapaci di parlare, mangiare, vedere e sentire. Tra i moventi degli aggressori possono esserci il semplice e legittimo rifiuto di una avance sessuale o di una proposta di matrimonio.
La Acid Survivors Trust International, un ente che sostiene e lavora con Paesi partner come Bangladesh, Cambogia, Nepal e India per sconfiggere il fenomeno della violenza con acido, stima che nel mondo in un anno si verificano circa 1.500 aggressioni con acido contro le donne. Un problema non solo dei Paesi in via di sviluppo come dimostrano casi come quello della Annibali in Italia o della Piper, gravemente sfigurata dal suo ex compagno, in Gran Bretagna. Organizzazioni internazionali, come la Acid Survivors Foundation, si spendono quotidianamente anche in Europa per fornire alle vittime legali, medici, consulenza psicologica e aiuti economici. Un recente rapporto della Cornell University evidenzia due cause principali dietro questo tipo di aggressioni: l'impunità per i responsabili e la facile reperibilità degli acidi.
Tornando in Italia, dopo il caso Annibali, il dibattito si è acceso sino ad arrivare al coinvolgimento diretto della politica. Lo dimostra il tour organizzato da Intervita Onlus che ha coinvolto, dal 14 febbraio all’8 marzo scorsi, le reti antiviolenza di quattordici Regioni italiane. I dati elaborati durante il tour, appoggiato dalla stessa Annibali, sono stati raccolti in un report che sottolinea come la violenza sulle donne non sia un’emergenza che può essere relegata alla cronaca nera, ma un fenomeno strutturale di rilevanza pubblica. È imprescindibile quindi, si legge nel documento presentato al Senato, contrastare questo fenomeno con politiche che incidano realmente sul cambiamento.
Le conseguenze per la salute della vittima di una violenza di questo tipo non sono solo fisiche ma anche e soprattutto psichiche. La paura, l’ansia, la depressione, l'incapacità di lavorare o andare a scuola, l'isolamento sociale e lo stigma, associato alla deturpazione, sono di gran lunga gli effetti che incidono maggiormente sulle vittime. Proprio per questo motivo è nato da poco in Sicilia il codice rosa contro la violenza sulle donne e le persone fragili. Una task force di operatori sanitari, psicologi e assistenti che sarà presente nei pronti soccorso per dare assistenza e sostegno alle vittime, facilitando anche la raccolta della denuncia. Lo dispone una circolare dell'assessorato regionale alla Salute. Le stime sulla violenza di genere contro le donne in Sicilia parlano chiaro, circa il 23,3 per cento della popolazione femminile ha subito una violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, di cui l'11,9 per cento da parte di un partner. Inoltre, il 4,3 per cento ha subito violenza sessuale prima dei 16 anni, di cui oltre il 50 per cento da parte di parenti o conoscenti. Purtroppo solo il 2,4 per cento delle donne ha denunciato la violenza subita nel caso sia stato il partner ad esercitarla e solo il 3,4 per cento se l'autore non è il partner. In Italia la percentuale delle donne che denunziano è stimata intorno al 6 per cento.