Sanihelp.it – Verso il finire degli anni ‘80 alcuni specialisti, tra cui O’Tar Norwood, introdussero il termine X-factor per definire quei casi inspiegabili in cui l’intervento di autotrapianto aveva dato risultati scarsi o nulli.
Infatti in circa l’1 % dei trapianti era stata segnalata una minima ricrescita dei grafts (allora di 4 mm di diametro), anche se la tecnica utilizzata era esattamente la stessa e non esistevano condizioni che potessero indurre a sospettare un tale insuccesso.
Al riguardo sono stati fatti vari studi e proposte diverse teorie, tra cui le più consistenti attribuivano la scarsa ricrescita a un danno traumatico dei follicoli al momento della preparazione dei grafts o della loro inserzione, oppure a una carente ossigenazione della zona ricevente.
Più recentemente è stato proposto il termine H-factor per definire in particolare tutti quei fattori connessi alle tecniche dell’intervento e che possono influenzare in modo negativo il risultato:
- Il principale è sicuramente costituito dal fattore umano, che si attua attraverso un danno, spesso involontario e invisibile, alle strutture del follicolo per una esagerata pressione della punta delle micropinze durante la fase di inserzione oppure per una prolungata permanenza delle unità follicolari (FU) fuori dal loro mezzo di conservazione.
- Ma anche un eccessivo protrarsi del tempo dell’intervento, con conseguente affaticamento dell’équipe, può portare a una perdita della necessaria concentrazione e della cura nell’inserire le FU.
- Un altro fattore è rappresentato da una condizione di ischemia consecutiva al dense packing (una concentrazione esagerata di incisioni per cm/2 ).
Pertanto allo stato attuale si ha la convinzione che, agli effetti di un buon risultato, sia molto più importante come si maneggiano le FU piuttosto di quante se ne impiantano e quindi non conta tanto quanti capelli si possono inserire ma quanti ne ricresceranno!