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Quando la vittima è un bullo

Sanihelp.it – Docile e remissiva, la preda dei bulli manifesta apertamente la sua insicurezza e la sua incapacità di difesa. 
Tuttavia, esiste una seconda tipologia di vittima del bullismo: provocatrice, aggressiva, inquieta e con la tendenza a controbattere alle offese.  
 
Queste personalità doppie possono scatenare reazioni negative da parte di tutta la classe, che non si sente più di schierarsi con una vittima che non appare più come tale.  
 
Questo ruolo di bullo-vittima, meno frequente della tipologia fragile e sottomessa, è esemplificato dalla storia di un tredicenne dal secondo nome un po’ scomodo: Arturo.  
 
Questo nome diventa presto oggetto di rime imbarazzanti e offensive da parte di un gruppetto di compagni.  
Per vendicarsi, Arturo comincia a reagire con subdoli dispetti: sgambetti, furti, insulti: tutte le occasioni sono buone per sfruttare il suo ruolo di vittima come alibi per contrattaccare.  
 
Altro esempio. Alessio, 14 anni, è basso, tozzo, paffuto ed è vittima di azioni di bullismo. Non per questo dimostra un atteggiamento remissivo, anzi, reagisce violentemente alle imboscate dei bulli, alimentando così l’astio di tutta la classe nei suoi confronti.  
 
Per sottrarsi a questo circolo vizioso di violenze subite e vendicate, Alessio ricorre all’aiuto della sorella maggiore, che frequenta il quarto anno della stessa scuola, con un solo risultato: le difese della sorella stimolano ancora di più il suo conflitto con i bulletti.  
 
Il padre di Alessio colpevolizza l’ambiente scolastico e chiede al preside che il figlio sia spostato in un’altra classe.  
Purtroppo, non intervenendo opportunamente sia sulla vittima sia sul gruppo-classe, la stessa dinamica di sottomissione-vendetta si è subito ripresentata nella nuova sezione.  
 
La dottoressa Chiara Poli, psicologa e formatrice d’orientamento nella scuola di Alessio, spiega perché spostare la vittima in un altro contesto non è una soluzione costruttiva al fine di eliminare la conflittualità che »aleggia» intorno ad Alessio.  
 
«L’intervento è stato prematuro, frammentato e limitato nel tempo: per essere efficace, deve invece essere strutturato su tre livelli: scuola, classe e individuo. 
 
A livello di scuola, il lavoro deve essere congiunto, cioè coinvolgere tutto il corpo docenti, e volto a favorire la cooperazione nella classe, per esempio con lavori di gruppo.  
 
A livello di classe, bisogna affrontare direttamente e apertamente il problema, cercando di capire, in un clima di discussione sereno e disteso, cosa non sopporta la vittima dei compagni e cosa invece non tollera di lui la classe.  
 
A livello individuale, il comportamento di »vittima prevaricatrice» di Alessio va corretto, correggendo il ragazzo nei suoi atteggiamenti sbagliati e lodandolo invece in quelli giusti.  
 
È importante far capire al bullo che si sta punendo il suo comportamento, e non la sua persona, e alla vittima che esistono alcuni comportamenti che possono disturbare la classe e quindi attirare le antipatie.  
 
Nel difficile caso di Alessio nessuno di questi livelli di analisi è stato rispettato, di conseguenza, il problema si è ripresentato tale e quale, con altre persone e in un altro contesto».


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