Sanihelp.it – Spesso le strategie preventive non bastano: a scuola si sono già formate piccole band che seminano il terrore tra i più deboli e che rischiano di dividere la classe in fiancheggiatori del bullo e fautori della vittima.
«Il bullo recita una parte», dice Maddalena Cassinari, vicepreside di una scuola media milanese, «perciò ha bisogno di un pubblico, che è la classe. Per contrastare la diffusione a macchia d’olio del fenomeno, è necessario smontare questo gioco».
La classica “lavata di capo” è improduttiva, perché il bullo va in cerca proprio di situazione trasgressive, ed essere rimproverato significa aver colpito nel segno. «Sgridare è sinonimo di entrare nel gioco, che è esattamente ciò a cui ambisce il bullo».
Una strategia costruttiva e efficace consiste invece nel trovare una sorta di compromesso che risulti accettabile per entrambi le parti in gioco.
«Qualche anno fa si creò un conflitto tra una ragazza alta e robusta e un suo coetaneo piccolo e gracile. Il diverbio (come spesso accade) si scatenò perché entrambi agognavano ad attribuirsi l’appellativo di leader della classe.
Per infrangere la dialettica di insulti che si era creata tra i due, si doveva cercare di capire e assecondare, per quanto possibile, le ragioni di entrambi.
Così ho posto loro una semplicissima domanda: cosa chiederesti all’altro per non essere più importunato?
La risposta, in entrambi i casi, consisteva nella richiesta di rinunciare a un appellativo particolarmente offensivo, che nel caso della ragazza colpiva sua madre, in quello del maschio riguardava la sua bassa statura».
Individuata la causa primaria del dissapore, è stata proposta una soluzione di compromesso, da rispettare per un periodo “di prova”: i due dovevano rinunciare a rivolgere all’altro il nomignolo incriminato per una settimana.
«In questo caso la mediazione è stata suggerita dall’alto, ma sarebbe ancora meglio se fosse ideata dal bullo, perché quando la conciliazione è imposta, si rinnesta la dinamica bullista di scardinamento delle prescrizioni adulte».
È importante tenere presente che chi si esprime con violenza sente un livello di sofferenza così alta da non trovare altro modo per esprimerlo, quindi è necessario trovare un equilibrio tra repressione e comprensione («tra il bastone e la carota»), perché i bulli non vanno isolati o etichettati, ma assistiti.
Le lunghe prediche su regole e disciplina sono fuorvianti: meglio piccoli espedienti quotidiani come quello appena descritto, atti a non incancrenire il contrasto bullo versus vittima.
«Il triennio delle medie rappresenta il “passaggio del testimone” dal bambino all’adolescente, e costituisce un momento di crescita fondamentale, in cui ci si interroga sulla propria identità e sulla propria forza.
È in questa delicatissima fase che si deve far capire a colui che comunica solo con la violenza (il bullo, appunto) che la sua persona ha sempre un valore, anche quando non prevarica sugli altri.
Solo così il bullo vincerà la sua debolezza, rinunciando a mascherarla dietro una facciata di falsa e ostentata sicurezza».