Sanihelp.it – Nell'ambito del Convegno SINU dedicato a Invecchiamento e longevità: evidenze in campo nutrizionale si è parlato del rapporto tra consumo di caffè e salute negli anziani.
Amleto D’Amicis (Dirigente di ricerca INRAN – Istituto Nazionale per la Ricerca sull’Alimentazione e la Nutrizione) ha sottolineato come il rapporto fra caffè e salute vanti numerosi studi epidemiologici che dimostrano la completa assenza di relazione fra il consumo della bevanda e la mortalità in generale nelle varie comunità esaminate. Anzi, la caffeina può addirittura essere un fattore favorevole negli anziani che dopo il pasto hanno un indesiderato calo pressorio; ed è proprio la tazzina post-prandiale a contrastare tale indesiderato evento.
Sono le ricerche più recenti a evidenziare un effetto favorevole della bevanda non solo nei confronti del diabete di tipo 2 ma anche nella prevenzione della malattia di Parkinson.
Negli ultimi anni l’ INRAN ha condotto una serie di studi a lfine di valutare il ruolo e l’azione biologica degli acidi fenolici (caratteristici del caffè) nella modulazione di alcuni fattori di rischio cardiovascolare (capacità antiossidante plasmatica, suscettibilità all’ossidazione di LDL, aggregabilità piastrinica). Questi studi hanno dimostrato che bere una tazza di caffé induce un aumento significativo della concentrazione plasmatica di acidi fenolici cui corrisponde un aumento della capacità antiossidante totale del plasma. Gli acidi fenolici sono anche incorporati nelle LDL e nelle piastrine, ritardandone rispettivamente l’ossidazione e l’aggregazione.
Nella popolazione anziana la somministrazione da 5 a 500mg/kg di caffeina induce attivazione dell’ elettroencefalogramma, percezione di benessere riferita come il sentirsi in forma, efficienti, svegli, ottimisti, motivati a lavorare, desiderosi di socializzare.
In soggetti anziani l’uso abituale del caffè ha evidenziato miglioramenti in test cognitivi; l’assunzione cronica di caffè, protratta per anni, dimostra una ridotta incidenza di malattia di Alzheimer e di Parkinson, per non parlare della riduzione del declino cognitivo legato alla età. Infine esistono evidenze che il caffè prevenga l’insorgenza del diabete di tipo 2 e migliori la resistenza alla insulina; attività dimostrata anche per il caffè decaffeinato: il diabete è fattore di rischio per la demenza, la resistenza all’insulina si accompagna a deficit cognitivi; la demenza è ipotizzata diabete di tipo 3.
E in ambito digestivo, le patologie epatiche (tra cui l’esordio da epatocarcinoma da cirrosi indotta da Epatite C) sono oggi una realtà non rara nella popolazione anziana. Anche in quest’area i diversi costituenti del caffè hanno un ruolo positivo.