Sanihelp.it – L’ipotesi che si cerca di documentare è quella che l’azione delle statine sia simile a quella dei bifosfonati, utilizzati nella prevenzione delle fratture ossee, valutando che molti studi precedenti hanno segnalato questa proprietà di aumentare la densità ossea.
Gli ultimi dati provengono dal Rotterdam Study, un trial cominciato nel 1990, che ha coinvolto quasi 8000 tra uomini e donne dai 55 anni di età in avanti.
I risultati sono stati presentati al simposio europeo sui tessuti calcifici a Roma, da Maria Schoofs, del dipartimento di epidemiologia alla Erasmus Universitiy di Rotterdam.
I ricercatori hanno valutato tutti i medicinali assunti dai pazienti dal 1990 al 1999, calcolando l’effetto cumulativo delle statine.
Lo studio è iniziato con l’esecuzione di radiogrammi del rachide per individuare eventuali fratture vertebrali, con un controllo dopo sette e nove anni.
La frattura vertebrale, una rottura e conseguente compressione di una o più vertebre che circondano il midollo spinale, è comune tra le persone affette da osteoporosi e può essere asintomatica.
Al termine del periodo di studio sono state identificate 381 persone con fratture vertebrali. Confrontati con i non utilizzatori, l’utilizzo di statine per più di un anno ha ridotto il rischio relativo di fratture della spina dorsale nel 36% dei soggetti.
Secondo la dottoressa Schoofs questi dati preliminari sembrano supportare l’idea che l’impiego per lungo tempo delle statine riduca il rischio di fratture vertebrali anche se prove concrete si avranno solo dopo test clinici con assegnazione casuale dei pazienti in terapia con statine per un periodo determinato, confrontati con pazienti che non le assumeranno.