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Omeopatia: (solo) acqua in bocca?

Speciale Omeopatia

Sanihelp.it – La diatriba tra la medicina tradizionale e le discipline complementari continua. Nel 2005, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, The Lancet, fece riaccendere gli animi degli oltre 300 milioni di sostenitori del naturale (di cui nove sono italiani) con un titolo agghiacciante: La fine dell’omeopatia.
La tesi che emerge dall’editoriale (frutto di una ricerca condotta a Berna, in Svizzera) è la seguente: non esistono differenze tra chi viene curato con l’omeopatia e chi invece con un
placebo, cioè con una finta medicina, pari ad acqua fresca.


I ricercatori hanno messo a confronto i risultati di 110 sperimentazioni condotte con trattamenti omeopatici e con placebo mirati a curare diversi disturbi, e hanno concluso che, quando l’analisi si è concentrata sulle sperimentazioni su larga scala e di alta qualità, non sono state riscontrate prove convincenti della superiorità dell’omeopatia rispetto al placebo, mentre nel caso della medicina convenzionale l’effetto esiste.

Non è la prima volta che studi scientifici smentiscono l’efficacia delle terapie alternative, ma secondo i loro seguaci i metodi utilizzati nelle sperimentazioni cliniche (i cosiddetti studi randomizzati e controllati) non consentono agli effetti benefici di questo tipo di cure di risultare evidenti.
Non si possono usare i rimedi omeopatici alla stregua dei farmaci tradizionali, perché l’impianto di base è diverso. Non si può condurre ricerche comparative tra medicina convenzionale e omeopatia partendo da un approccio diagnostico-terapeutico tradizionale, perché quest’ultima si basa su alcuni principi sconosciuti alla
medicina allopatica: diagnosi individuale, visione olistica dell’individuo (l’uomo nella sua totalità: mente, corpo e spirito), rimedio specifico per ogni paziente e terapia personalizzata. L’attenzione dovrebbe piuttosto orientarsi sugli esiti dei trattamenti sulla salute: in questo modo si renderebbe possibile un confronto.

I fautori dell’omeopatia aggiungono inoltre che esistono studi a favore delle loro tesi (e citano riviste autorevoli come il British Medical Journal, Cancer, Pediatrics), ma che tali ricerche non vengono pubblicizzate, quindi il potenziale terapeutico delle medicine naturali è destinato a rimanere nell’ombra.

All’APO (Associazione Pazienti Omeopatici) l’attacco del Lancet non ha fatto paura: «Non bastano le sbrigative negazioni di scientificità rivolte a un metodo di cura dolce, rapido, duraturo e privo di
effetti collaterali per confutare i risultati benefici che milioni di pazienti hanno potuto ripetutamente constatare. Bandiamo una volta per tutte il luogo comune dell’autosuggestione: come si suggestiona un neonato, un animale, una pianta? L’omeopatia ha un solo inconveniente: costa poco e non scade!», afferma Vega Palombi Martorano, Presidente APO.

Puntuale la risposta della controparte: subito dopo la pubblicazione dello studio sul Lancet , l’associazione di volontariato Telefono Antiplagio contro Omeopatia e Medicine Alternative inviò alla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati (che dovrebbe approvare il testo unificato della Legge per la Regolamentazione delle Medicine e delle Pratiche non Convenzionali) una lettera in cui ribadiva che tali discipline, oltre a non avere comprovata efficacia, violano le leggi della scienza, e chieva quindi di non procedere all’approvazione del testo unificato, perché «ogni tentativo di regolamentare materie così labili e indecifrabili è destinato a dare credibilità a improbabili guaritori e inguaribili truffatori».

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