Sanihelp.it – Il doping è una piaga sempre più diffusa nell’universo sportivo, eppure rimane un fenomeno sommerso: gli atleti mostrano una grande diffidenza verso le intrusioni indesiderate, e bisogna conquistarsi la loro fiducia con pazienza.
Detto fatto. Dopo un paio di visite a vuoto, finalmente riesco a ottenere l’attenzione di alcuni pugili di una nota palestra dell’hinterland milanese, disposti a svelarsi a condizione di rimanere nell’anonimato.
Ecco le loro confessioni.
Hai mai fatto uso di steroidi anabolizzanti?
«No», risponde Mario, 22 anni, faccia da bambino e bicipiti immensi, «ma me li hanno offerti. Prima di dedicarmi al pugilato ho praticato culturismo per otto anni, e nella mia vecchia palestra mi avevano chiesto se volessi qualcosa per accrescere la massa. Si trattava di sostanze anabolizzanti, ma io mi sono sempre rifiutato di provarle».
Verrebbe da dubitare, in nome della sua stazza e della tendenza all’omertà di cui sopra, ma lo sguardo di Mario sembra sincero. E poi, mi spiega poco dopo, ha ricevuto moniti troppo seri per essere ignorati.
«Un mio amico, che si allenava con me», dice Mario, «ha iniziato a doparsi per partecipare ad alcune gare, ma dopo l’ultima vittoria ha rischiato di morire disidratato, non riusciva più a respirare, l’hanno dovuto ricoverare d’urgenza. E un altro è appena stato operato per un tumore ai testicoli, causato dagli ormoni che prendeva per accrescere il suo fisico».
L’uso massiccio di ormoni steroidei, infatti, spesso causa disfunzioni dell’apparato genitale: il bombardamento di testosterone e derivati viene registrato dall’organismo, che essendone già sovraccarico smette di produrne. Questo comporta una riduzione considerevole dell’attività delle gonadi, con conseguenti disfunzioni sessuali quali impotenza e calo del desiderio, e alla lunga porta a formazioni tumorali.
Con il doping non si scherza per niente. Eppure, come mi spiegano questi atleti, il pugilato è uno degli ambienti più puliti.
«Innanzitutto le sostanze dopanti hanno un costo elevato: si può arrivare a spendere anche mille euro al mese, a cui bisogna aggiungere le spese per farsi seguire da un medico personale», mi spiega Andrea durante una pausa da una faticosa sessione di allenamento.
«In più, il pugilato e gli altri sport di combattimento richiedono un insieme di prestazioni molto varie, dalla velocità alla prontezza di riflessi, dalla forza alla tecnica, e non esistono sostanze in grado di potenziare insieme tutti questi aspetti».
Ma se un pugile decidesse di usare steroidi o altre sostanze dopanti, non subirebbe alcun controllo?
«In Italia no», mi dice subito Mario, «se non a livello olimpionico. Di solito viene effettuata una semplice visita medica per vedere se sei in grado di effettuare il combattimento, ma senza esami del sangue o altri controlli. Comunque, anche un elettrocardiogramma prima dell’incontro servirebbe a poco, perché dopo una preparazione atletica intensa è normale avere il battito cardiaco accelerato, quindi i sintomi del doping si confonderebbero».
E a livello amatoriale cosa succede?
«A livelli non professionistici», mi dicono, «il doping gira molto di più tra i culturisti e i ciclisti: in questi casi gli atleti scelgono la via breve del doping non solo per vincere gare e guadagnare soldi con gli sponsor, ma anche per vedere risultati immediati sul proprio fisico, magari solo per fare bella figura in spiaggia o per far colpo sulle ragazze».
Tutto e subito, insomma. Pazienza se poi si rischia la vita.