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Mucca pazza e latte: torna la paura?

Sanihelp.it – Proteine prioniche rilevate nel latte umano, di mucca, di pecora e di capra. A rilevarne la presenza, per la prima volta in assoluto, è stato un gruppo di ricercatori di una start-up svizzera.
Immediatamente, la scoperta ha sollevato una nuova preoccupante questione:  esiste il rischio di trasmissione del morbo della mucca pazza (BSE) attraverso il consumo di latte e latticini? Test volti ad identificare la presenza di prioni patogeni nel latte sono in fase di svolgimento.
È fuor dubbio ormai che i prioni possono apparire in diversi fluidi fisiologici quali il sangue, rendendo questi fluidi capaci di trasmettere la malattia. Difficile, finora, è stato valutare il rischio di infezione attraverso trasfusioni sanguigne o il consumo di latte, considerata la bassa concentrazione di prioni nei fluidi fisiologici e l’assenza di un metodo adatto a rilevare tali concentrazioni. Senza contare che il periodo d’incubazione nell’uomo può superare i dieci anni.
Fino a oggi, dunque, il consumo di latte era considerato sicuro. La situazione, però, ora potrebbe cambiare, considerando la scoperta del team di scienziati della società di biotecnologia svizzera Alicon AG con sede a Schlieren, presso Zurigo.
Essi hanno isolato proteine prioniche nel latte umano, bovino, caprino e di pecora. Attraverso un’innovativa tecnologia messa a punto presso la Alicon, le proteine prioniche sono state rilevate anche nel latte omogeneizzato e pastorizzato acquistato al supermercato, come riportato recentemente nella rivista scientifica internazionale Public Library of Science.
Le proteine prioniche isolate in questo lavoro si trovano con molte probabilità nella loro forma normale e non rappresentano quindi alcun pericolo di contagio. La presenza della variante normale nel latte di animali sani, però, indica comunque la possibilità che il latte di mucche infettate con la BSE contenga proteine prioniche infettive, cioè prioni.
Questo il commento del direttore del dipartimento di ricerca della Alicon, dottor Ralph Zahn: «Non esiste finora alcuna base scientifica», ha commentato Ralph Zahn, direttore del dipartimento di ricerca della Alicon «per ritenere che il latte possa contenere solo la variante sana delle proteine prioniche e non quella che provoca la malattia».
Queste scoperte s’intersecano con i risultati di una recente ricerca del Professor Adriano Aguzzi, direttore dell’Istituto di neuropatologia di Zurigo, uno dei massimi esperti in questo campo. Aguzzi e la sua équipe hanno evidenziato che le ghiandole mammarie infiammate di pecore con la scrapie, la forma ovina della malattia, contengono effettivamente prioni infettivi.


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