Sanihelp.it – L’ultima edizione della rivista EMBO ha riportato i risultati di uno studio eseguito da un'équipe di ricercatori britannici e svizzeri che ha scoperto il modo in cui il parassita responsabile della toxoplasmosi invade le cellule umane.
La toxoplasmosi è causata da un protozoo parassita, il Toxoplasma gondii, ed è una malattia trasmessa principalmente dai gatti e da altre specie di mammiferi. L'uomo può contrarla mangiando carne infetta non cotta, in particolare di agnello e di maiale, o attraverso il contatto con le feci dei gatti. L'organismo può essere presente anche in alcuni latticini non pastorizzati, quali il formaggio di capra, e trovarsi persino nel suolo.
Il rischio di infezione è motivo di preoccupazione per le donne in stato di gravidanza, dal momento che la malattia può provocare difetti nei neonatii. Nelle persone che hanno un sistema immunitario indebolito, come i pazienti affetti dall'HIV, la malattia può essere all'origine di una varietà di sintomi, tra cui ingrossamento dei linfonodi, disturbi visivi e del sistema nervoso centrale, malattie respiratorie e cardiopatie. In questi pazienti, le recidive della malattia sono comuni e il tasso di mortalità è elevato.
I ricercatori dell'Imperial College di Londra e dell'Università di Ginevra hanno raccolto nuove informazioni sulla struttura atomica di una proteina chiave, chiamata TgMIC1, che viene rilasciata sulla superficie del parassita un attimo prima che questo invada le cellule ospiti nel corpo umano. Questa proteina si lega a taluni zuccheri presenti sulla superficie della cellula ospite, che aiutano il parassita ad inserirsi e a penetrare nelle cellule umane.
«Ora sappiamo che l'invasione della cellula è favorita da un'interazione chiave fra una proteina presente sulla superficie del parassita e gli zuccheri contenuti nella cellula umana, perciò possiamo sviluppare terapie che siano mirate a distruggere questo meccanismo, ostacolando così l'insorgere dell'infezione», ha speigato Steve Matthews, docente della Divisione di bioscienze molecolari dell'Imperial College di Londra e coautore della relazione.