Sanihelp.it – Parlare del labile confine tra disagio psicologico e malattia psichiatrica non è mai facile. Soprattutto quando si tratta di bambini.
Ancora di più quando si parla del complesso intreccio di interessi farmaceutici, deontologia medica e casi personali che ruota intorno alla questione dell’ADHD e della somministrazione di Ritalin e affini a minorenni di dieci anni o meno.
La cosa migliore, in questi casi, è lasciar parlare i fatti, o almeno le persone che di questi fatti si occupano direttamente, come abbiamo fatto intervistando gli specialisti, gli insegnanti e le associazioni a stretto contatto con la realtà infantile.
Ma quando la polemica arriva a coinvolgere anche i media, incolpati in questo caso da molti di aver contribuito a inventare una malattia esistente solo nel fatturato dei produttori di psicofarmaci, non possiamo esimerci dall’esprimere in nostro parere.
A quanti accusano l’informazione di plagiare la realtà alle necessità di budget, rispondiamo che mai come in questo caso la presenza di informazione è fondamentale.
Di un’informazione onesta, basata su dati empirici e che, pur senza ergersi a giudice universale, sappia ritrovare il suo paradigma originario, soprattutto in campo medico: quello di farsi ponte tra medico e paziente, promuovendo quella conoscenza e quella consapevolezza che sono alla base della prevenzione e della diagnosi precoce.
L’ADHD è una malattia vera che va trattata come tale, ma non tutti i ragazzi sospettati di soffrirne sono in realtà dei veri malati.
Spesso, nella stragrande maggioranza dei casi, sono bambini o adolescenti con problematiche comportamentali legate a disagi psicologici che richiedono trattamenti mirati, ma molto più nell’ordine della psicoterapia che in quello dei farmaci.
Lo stesso vale anche per l’ADHD, la cui terapia, almeno nel nostro Paese, sembra essere più orientata a comprendere le cause che non a ridurre i sintomi attraverso la sedazione farmacologia.
Trattandosi di una patologia nuova e con molte aree ancora sconosciute, le difficoltà però ci sono e non vanno sottovalutate. Dubbi nelle diagnosi, comunicazioni lacunose con la scuola e paure dei genitori rendono la via facile all’errore.
Nel 1998, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, assumeva psicofarmaci l’1 per mille dei minorenni italiani. Oggi questa cifra è salita al 6 per mille: molto meno del 23, 7 per mille degli statunitensi, ma troppo perché si possa far finta di niente.
Parliamone, confrontiamoci, chiediamo spiegazioni: è questa l’unica strada percorribile per evitare che la gioventù italiana diventi un’altra gioventù dallo psicofarmaco facile su modello americano.