Sanihelp.it – Le stime ufficiali non sono reali: in Italia le sindromi mielodisplastiche, tumori del sangue che colpiscono soprattutto dopo i 70 anni per un danno delle cellule staminali del midollo osseo, sono molto più diffusi nel nostro paese rispetto ai dati disponibili, raccolti dai reparti di ematologia: non 2.500 ma 5.000 nuovi casi l’anno.
Il motivo della svista? La metà dei pazienti è anziana, perciò, per malattie concomitanti come polmoniti o infarto, i ricoveri avvengono in reparti di medicina interna o geriatria e i casi di sindromi mielodisplastiche sfuggono al conteggio ufficiale.
Il nuovo dato emerge dall’analisi sul Registro Piemontese Sindromi Mielodisplastiche che ha osservato più di 1.000 casi dal 1999 al 2007.
«Si tratta di un’iniziativa innovativa per due motivi – afferma Alessandro Levis, Direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’Azienda Ospedaliera SS Antonio e Biagio di Alessandria e segretario del Registro Piemontese Sindromi Mielodisplastiche – primo perché si concentra sulle mielodisplasie, patologie sottostimate di cui fino a poco tempo fa si sapeva poco, secondo perché, monitorando anche le medicine interne, permette una fotografia reale: in ematologia infatti accedono solitamente i pazienti più gravi o quelli più giovani. Fino ad oggi la terapia non era molto efficace e si limitava a interventi di supporto o palliativi. Ora stanno comparendo i primi farmaci veramente efficaci».
La notizia di nuove terapie è stata diffusa il mese scorso al massimo congresso di ematologia al mondo, l’ASH di Atlanta in Usa. «Dal nostro studio è emerso che il trattamento più efficace per queste malattie del midollo osseo è l’azacitidina – afferma Pierre Fenaux, direttore del Dipartimento di Ematologia Clinica dell’ospedale di Avicenne (Francia) e coordinatore della ricerca – in quanto raddoppia la sopravvivenza rispetto alle terapie standard (+9,4 mesi), libera il 45% dei malati dalla necessità di sottoporsi a continue trasfusioni di sangue e dimezza il tempo di trasformazione da sindrome a tumore (leucemia)».
«Per fortuna non tutte le sindromi mielodisplastiche evolvono in leucemie – precisa Valeria Santini dell’Unità Operativa di Ematologia dell’Università degli Studi di Firenze Policlinico Careggi – esistono dei parametri per stabilire in maniera accurata il rischio. È possibile così impostare una terapia efficace e mirata per ogni paziente, riuscendo a ottenere la massima efficacia con miglioramento clinico e di qualità di vita».