Sanihelp.it – Myrsine, secondo la leggenda, era una fanciulla dell’Attica invincibile nelle gare ginniche che, dopo aver battuto un suo coetaneo in una gara fu uccisa in un impeto di gelosia, dall’amico del vinto; la dea Pallade impietosita, trasformò il corpo della giovane nella pianta del mirto.
Il mirto è anche l’arbusto sacro ad Afrodite: la leggenda vuole che quando la dea uscì nuda dalla schiuma del mare, si rifugiò dietro un cespuglio di mirto per nascondersi dagli sguardi concupiscenti di un satiro.
Venere, inoltre, dopo il giudizio di Paride si cinse la testa con una coroncina di rametti di mirto.
Anche nel ‘500 Tiziano nel quadro «Amore sacro e amor profano» ritrae Venere con il capo cinto di mirto mentre persuade la perfida Medea.
Il mirto, inoltre, come racconta Plinio, che ne parla come del «Myrtus coniugalis» era la pianta che si usava nei banchetti di nozze come augurio di una vita serena e ricca di affetti.
I rami del mirto fiorito si usavano anche per premiare i poeti durante le manifestazioni letterarie.
Per i romani il mirto insieme all’alloro era simbolo di pace e vittoria: i generali reduci da battaglie gloriose venivano premiati dal Senato con corone di mirto.
Il mirto, però, non era solo una pianta ben augurale: sempre secondo la leggenda Dioniso, per liberare la madre Semele dall’Ade ha dovuto lasciare in cambio una pianta di mirto e per questo il mirto rappresenta anche l’oltre tomba e i defunti.