Sanihelp.it – In realtà, di fronte a certe reazioni, il termine “storcere il naso” può essere un eufemismo quanto definire uno tsunami un venticello un po' più forte. Del resto come non comprendere il disappunto (altra circonlocuzione) di chi viene privato, di punto in bianco, di un oggetto considerato a tutti gli effetti una propria appendice naturale? Di fatto, con quel ciuccio, ha passato ore e ore, finendo per convincersi che quella cosina morbida sarebbe stata al suo fianco (nella sua boccuccia, per meglio dire) per sempre. Cosa salta pertanto in mente a papà e mamma, che nella loro immensa saggezza e bontà gliel'avevano donato, di portarglielo via privandolo di un bene tanto grande e importante? Erano dunque cattivi? O piuttosto era stato in qualche modo (ma quale) cattivo lui?
Della serie “i suoi pensieri non sono i nostri pensieri”, ecco il paradigma del rischio che corriamo ogni volta che ci interfacciamo con il nostro bambino senza tenere presente che nella sua meravigliosa testolina in formazione vi è un modo ben diverso dal nostro di leggere la realtà, molto più primordiale e pertanto molto meno sofisticata. Per il nostro bambino non esiste nessun concetto elaborato quanto “la suzione del ciuccio prolungata oltre il compimento del secondo anno di età può portare ad un'alterazione dello sviluppo del palato”, ma solo l'evidenza che qualcuno gli stia portando via qualcosa di estremamente piacevole, rasserenante e consolante.
Usa pure, pertanto, la forma ritenuta più opportuna per disabituarlo al ciuccio, solo rassicurati che:
il bimbo sia preparato a sufficienza ad abbandonare l'amico fidato;
il metodo scelto sia proprio quello giusto per lui;
si scelgano formule che lo distraggano dalla perdita ma non che diano l'idea della compravendita;
nel caso fosse necessario, sappi sopperire alla perdita subita con una maggiore disponibilità alla richiesta di presenza, perché anche in quel momento sia inequivocabile il messaggio che gli vuoi dare: “io ci sono, io ti amo, io mi prendo cura di te”.
Bye bye ciuccio.
