Sanihelp.it – È di questi giorni la notizia che l’uso di alcune tra le più diffuse classi di antidepressivi utilizzati anche in Italia per combattere la depressione può provocare un aggravamento della depressione stessa e causare vari effetti avversi anche gravi. È quello che hanno scoperto i ricercatori della McMaster University.
La ricerca è stata effettuata paragonando gli effetti dei più moderni e diffusi antidepressivi, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) a un gruppo trattato con placebo. I livelli di serotonina alterati dai farmaci possono produrre una vasta gamma di effetti indesiderati, dai problemi digestivi a difficoltà nella sfera sessuale, ictus e morte prematura.
Gli antidepressivi SSRI interferiscono con l’attività cerebrale, lasciando il malato vulnerabile a una depressione di rimbalzo, che spesso si presenta con intensità ancora maggiore rispetto a prima dell’inizio della terapia.
A seguito di una sospensione dai farmaci SSRI, sottolineano i ricercatori, dopo un uso prolungato il cervello compensa la presenza in eccesso del neurotrasmettitore riducendone automaticamente i livelli di produzione e questo cambia il modo in cui i recettori nel cervello rispondono alla serotonina stessa, rendendo alla fine il cervello meno sensibile a questa sostanza.
Allo stato attuale, i ricercatori ritengono che detti cambiamenti possano essere reversibili, tuttavia diversi studi suggeriscono che gli effetti indesiderati possano permanere fino a due anni, aumentando significativamente il rischio di scompenso psichico.
Oltre a ciò, i farmaci SSRI possono interferire con tutti i processi fisici che di norma sono regolati dalla serotonina: per esempio, quantità significative di questa sostanza sono presenti nell’intestino, ma essa si occupa anche di formare coaguli di sangue nei punti di cicatrizzazione e regolare la riproduzione e la crescita dell’organismo. Questa è la ragione per la quale queste classi di psicofarmaci possono causare problemi di sviluppo nei minori.