Sanihelp.it – Nascere nel sesso diverso da quello a cui si sente di appartenere: la disforia di genere è una condizione in cui la persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico: uomini che si sentono donne o donne che si identificano nel genere maschile.
La frequenza è maggiore nell’uomo: il rapporto è di 3 a 1, con una prevalenza di 1 su 10/12.000 maschi e di 1 su 30.000 femmine. La disforia di genere è difficilmente compresa perché viene confusa con il travestitismo o legata a contesti quali la prostituzione o la tossicodipendenza con cui nulla ha in comune. In Italia si stima siano oltre 4.000 le persone in questa condizione.
Se ne parla in un convegno promosso da AME, Associazione Medici Endocrinologi, dall’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona, dall’OMCEO VR Ordine dei Medici della provincia di Verona e dal Comune di Verona.
La disforia di genere non è più considerata come disturbo mentale della sfera sessuale (comparve nel 1980 nel DSM, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali): l’essere trans genere non è un problema di sessualità o di preferenze sessuali, quanto quello di riuscire a dare una risposta alla domanda: Chi sono io? L’obiettivo è sottoporsi a terapie mediche e chirurgiche irreversibili, precedute da un’accurata diagnosi che identifichi gli interventi più appropriati.
I problemi nell’identità di genere appaiono, generalmente, già nei primi 5 anni di vita cogliendo i genitori del tutto impreparati. Il piccolo o la piccola si trova solo a combattere contro le aggressioni dei compagni di giochi e il bullismo a scuola. Con l’adolescenza e le prime pulsioni sessuali, la persona comprende di essere nata in un corpo sbagliato.
I problemi sono poi esacerbati da una società non ispirata a criteri di inclusività e rispetto, oltre che da lungaggini burocratiche che vedono in 5 anni il tempo medio necessario a ottenere un cambio anagrafico, tutto ciò in conflitto con il diritto al rispetto della vita privata e familiare, sancito dall’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Anche la ricerca di un lavoro è ostacolata da queste lungaggini e l’Italia, contrariamente ad altri Paesi, non consente di avere un cambio anagrafico all’inizio del processo.
In questo contesto, un’importante novità è la recentissima sentenza della Cassazione (15138 del 20 luglio 2015) che stabilisce la non obbligatorietà della procedura chirurgica di modifica dei caratteri sessuali ai fini del riconoscimento del diritto alla rettifica anagrafica.
L’iter che porta al raggiungimento di un aspetto fisico considerato più coerente con il proprio vissuto richiede un approccio multidisciplinare, con l’obiettivo di portare a un significativo miglioramento della qualità di vita della persona transessuale. Il primo intervento è rappresentato dal consulto con lo psichiatra e lo psicologo che valutano la fondatezza e l’autenticità delle motivazioni. Segue la fase di cambiamento accompagnata da interventi di tipo farmacologico e successivamente da quella chirurgica.
La terapia chirurgica nella conversione gino-androide prevede fasi temporali diverse, con interventi di chirurgia demolitiva e poi ricostruttiva. Viceversa nell’intervento andro-ginoide tutto si svolge in un tempo unico (della durata circa 5 ore). L’intero percorso è coperto e riconosciuto dal SSN, anche se per chi si sottopone non mancano le difficoltà legate alla scarsità di centri dedicati.