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Gravidanza e Covid, i nuovi dati

Partorire durante l'epidemia

Sanihelp.it – Nella prima ondata della pandemia sono state rilevate 875 gravidanze di donne positive al SARS-CoV-2 e non è stata segnalata alcuna morte materna e anche il tasso di cesarei è stato in linea con quello nazionale registrato prima della pandemia.


Lo affermano i dati del progetto sull’infezione da SARS-CoV-2 in gravidanza, al parto e in puerperio, coordinato dall’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) dell’ISS, la rete di sorveglianza che dal 2013 raccoglie dati sulla mortalità materna e conduce studi di popolazione sulla grave morbosità materna.

Dal 25 febbraio, data del primo caso ostetrico in Italia, al 30 settembre 2020, data di conclusione della prima ondata pandemica, sono stati segnalati 875 casi. La maggior parte delle donne ha sviluppato una malattia da lieve a moderata e solo il 2% è stato ricoverato in terapia intensiva. Complessivamente il 18,6% delle donne ha sviluppato una polmonite interstiziale da COVID-19.

La percentuale di parti pretermine ha riguardato il 13% delle gravidanze, quasi il doppio del tasso nazionale, ma il 71% di questi casi è ascrivibile alla decisione di anticipare il parto e non alla sua insorgenza spontanea.

Il tasso di tagli cesarei è stato pari al 34%, in linea con il tasso nazionale. Questo dato evidenzia come, anche durante la fase acuta della pandemia, i clinici abbiano saputo rispettare le raccomandazioni internazionali in cui si legge che l’infezione da SARS-CoV-2 non rappresenta indicazione al cesareo.

Le regioni del centro-sud hanno mantenuto l’abituale maggiore proporzione di cesarei rispetto al nord del Paese. Il 51% delle donne ha potuto avere accanto una persona di sua scelta durante il travaglio/parto e il 54% dei neonati è potuto rimanere accanto alla mamma e di questi il 27% ha praticato il contatto pelle-a-pelle.

Durante il ricovero il 69% delle mamme e dei neonati hanno potuto condividere la stessa stanza e il 76% dei piccoli ha ricevuto il latte materno. Nei mesi iniziali alla nascita le mamme sono state più spesso separate dai bambini mentre successivamente, anche grazie a una migliore organizzazione dell’assistenza, i dati descrivono un maggiore rispetto della fisiologia della nascita e una maggiore attenzione nel favorire il contatto madre-bambino, il rooming-in e l’allattamento.


Le condizioni di salute dei bambini che non sono stati separati dalle madri durante il ricovero non sono peggiori di quelle dei neonati allontanati alla nascita. Alla luce delle evidenze disponibili, la trasmissione del virus da madre a neonato sembra possibile ma molto rara e non influenzata dalla modalità del parto, dall’allattamento o dal rooming-in. Sul totale dei 681 neonati presi in esame solo 19, pari al 2,8%, sono risultati positivi al virus dopo la nascita; solo uno ha avuto complicazioni respiratorie risolte dopo ricovero in terapia intensiva.  

Dai dati raccolti emerge chiaramente che, salvo nei rari casi di condizioni cliniche gravi della donna, i benefici del parto vaginale, del contatto madre-bambino e dell’allattamento sono molto superiori ai rischi dell’infezione, e vanno pertanto promossi nonostante la pandemia.

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FonteISS

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