Sanihelp.it – L’analgesia epidurale, che consente un parto senza dolore, mantenendo allo stesso tempo la sensibilità e la capacità di muoversi della donna durante il travaglio, secondo alcune stime è offerta solo dal 16% degli ospedali pubblici e convenzionati italiani. Eppure nelle strutture che offrono questo servizio, in modo gratuito e continuativo, in media il 90% delle partorienti ne fa richiesta.
Un parto senza dolore è un diritto, sancito nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). «Tale decreto – spiega il professor Guido Fanelli, Coordinatore della Commissione Ministeriale sulla terapia del dolore e cure palliative – da un lato va nella direzione di riallineare l’Italia agli altri Paesi europei nella gestione del dolore delle donne partorienti; dall’altro lato si propone di riportare il nostro Paese all’interno del corretto standard di ricorso al parto cesareo».
Ma di fatto la sua attuazione varia da regione a regione; tra le più virtuose ci sono la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna. La Lombardia, per esempio, stanzia cinque milioni di euro all’anno distribuiti a tutti i punti nascita al fine di promuovere l'analgesia in travaglio, aumentandone di fatto le richieste dall'8% del 2005 al 16% del 2007. Il Veneto, con un meccanismo analogo, solo nello scorso anno ha stanziato fondi per un milione di euro.
L'Emilia Romagna ha invece emesso delle linee guida per avere un punto nascita che offra l’epidurale in ogni provincia.
Eppure l’Italia è all’avanguardia per quanto riguarda l'applicazione degli ultimi sviluppi tecnici in ambito di analgesia epidurale. «In Europa il nostro è il primo Paese a introdurre la nuova tecnica PIEB associata alla PCEA – spiega il professor Giorgio Capogna, Presidente Comitato Scientifico per l’Anestesia Ostetrica, Società Europea di Anestesiologia, Primario Anestesiologia e Rianimazione – Gruppo Garofalo.
La tecnica PIEB (Programmed Intermittent Epidural Boluses – Somministrazione a boli intermittenti programmati) prevede la somministrazione a intervalli regolari di piccole dosi di analgesico, così da produrre un livello di anestesia stabile e continuo, prevenendo l’insorgenza di dolore. A questa tecnica viene associata oggi la PCEA (Analgesia Epidurale Controllata dalla Partoriente) che permette alla donna stessa di calibrare il livello di analgesico necessario, in base alle sue esigenze, in tutta sicurezza».
Vengono così evitati anche i brevi momenti di dolore che potevano insorgere con la tecnica tradizionale, quando la partoriente doveva attendere l’intervento del medico per ricalibrare la dose di analgesico.
Affinché il parto in analgesia diventi un effettivo diritto delle donne, si muove con forza anche l’O.N.Da, l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna. «Abbiamo sviluppato il progetto Ospedale Donna – sottolinea la Presidente Francesca Merzagora – che prevede la ricerca delle strutture a misura di donna. Dallo scorso anno un requisito fondamentale per l’ottenimento di tre bollini (il massimo del riconoscimento) è proprio la presenza del parto in analgesia epidurale come possibilità offerta gratuitamente alle donne. L’elenco di questi ospedali è pubblicato in una guida disponibile nelle librerie».
Un’iniziativa importante è anche quella portata dell’AIPA, l’Associazione Italiana Parto in Analgesia, che sta raccogliendo le firme per sostenere una petizione per far sì che tutti gli enti ospedalieri siano indotti dal ministero della Salute ad accogliere la richiesta delle partorienti alla scelta della parto in analgesia.