Sanihelp.it – Nel nostro Paese oltre 600 mila persone sono affette dalla malattia di Alzheimer, la più diffusa tra le demenze: persone spesso molto anziane, con un’età media di 78 anni, diagnosticate in media due anni dopo l’insorgere dei primi sintomi. Segno, questo, di una ritardata capacità del sistema sanitario di arrivare a una diagnosi, come di un rifiuto delle famiglie a riconoscere e accettare la condizione del loro congiunto.
L’Alzheimer è sempre più una malattia familiare, come conferma lo Studio Axept, un progetto europeo promosso da Novartis, che ha coinvolto oltre 2.000 pazienti e relativi caregiver, metà dei quali italiani.
I caregiver svolgono un ruolo cruciale, essendo impegnati ogni giorno nell’assistenza e coinvolti nel 70% della gestione dell'attività terapeutica, in prima analisi quella farmacologica. In oltre il 95% dei casi a svolgere il ruolo di caregiver è un familiare del malato e in un caso su due un figlio o più spesso una figlia: il 72% dei caregiver è di sesso femminile.
La gestione della terapia ha un peso rilevante nella routine quotidiana del caregiver, che non ha gli strumenti per un approccio competente all’uso dei farmaci. Una delle strategie per alleviare questo peso passa anche per la disponibilità di farmaci più maneggevoli, che migliorino l’aderenza alla terapia del paziente, come per esempio il cerotto transdermico a base di rivastigmina.
Rispetto alla terapia orale, il cerotto permette un più efficace trattamento dell’Alzheimer e rappresenta un aiuto concreto in quanto evita dimenticanze, dubbi ed errori.
Nello studio, i livelli di aderenza alla terapia dei pazienti e di soddisfazione dichiarati dai caregiver sono risultati significativamente superiori nel caso della formulazione in cerotto rispetto alla terapia orale. Le interviste ai caregiver dimostrano che ben il 78% non è preoccupato per l’assunzione del farmaco per via transdermica e il 93% non ha alcuna difficoltà nella somministrazione del farmaco per via transdermica.