Sanihelp.it – Cosa c’è davvero nel piatto dei bambini italiani, quali sono gli eccessi e quali le carenze? A questa e ad altre domande ha rispondere uno studio, chiamato Nutrintake, condotto dal professor Gianvincenzo Zuccotti (Direttore Clinica Pediatrica L.Sacco di Milano).
Realizzato su un campione di oltre 400 bambini italiani dai 6 ai 36 mesi, lo studio, effettuato grazie alla collaborazione di un team scientifico composto da esperti di nutrizione, pediatri di famiglia, dietologi appartenenti all’Associazione Nazionale Dietisti Italiani e ingegneri informatici, ha messo in luce eccessi e carenze nello stile alimentare dei più piccoli.
Dai risultati è emerso come esista una linea di demarcazione tra i primi 9-12 mesi di vita e gli altri due anni: il livello di attenzione e di aderenza a quanto suggerito dal pediatra decresce in maniera inversamente proporzionale alla crescita del bambino. Dopo i 9 mesi, e soprattutto dopo i 12, infatti, si cade nell’errore di considerare il bambino un piccolo adulto, abbandonando l’alimentazione specifica per l’infanzia e uniformandola a quella della famiglia. È ipotizzabile che anche queste cattive abitudini contribuiscano a generare sovrappeso e obesità che in Italia interessa circa un terzo dei bambini.Uno dei principali squilibri emersi risulta essere l’eccesso di proteine. Fino a 12 mesi, il 50% dei bambini ne assume infatti il doppio rispetto al fabbisogno raccomandato. Superata la soglia dell’anno di vita, il livello balza a quasi 3 volte rispetto al reale fabbisogno.
A compensare gli eccessi, ci pensa però il ferro. Lo studio conferma che, dallo svezzamento in poi, esiste un consistente deficit di questo micronutriente. La maggior parte dei bambini nei primi 3 anni di vita non raggiunge il fabbisogno raccomandato.
Le mamme eccedono anche con la quantità di sodio; l’abitudine di salare le pappe inizia infatti già prima dell’anno, quando le mamme tentano di rendere più gustosi i cibi pensando di facilitare lo svezzamento. A partire dai 18 mesi, 1 bambino su 2 consuma infatti una quantità di sale che va oltre il limite raccomandato.
Un’assunzione eccessiva ritorna nel caso degli zuccheri semplici. Se il semaforo giallo si accende fino al primo anno di vita, perché tutti i bambini raggiungono il livello massimo raccomandato, il rosso scatta dai 12 mesi in poi. Dopo questa soglia, le mamme paiono infatti più permissive, abusando di zuccheri semplici.
È anche il Ministero della salute, a ricordarlo: lo svezzamento non va iniziato prima del sesto mese di vita compiuto. Se la madre lo desidera, l’allattamento al seno potrà continuare fino al secondo anno e anche oltre, come suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Fondamentale non esagerare, nella fase dello svezzamento, con l’offerta di cibi salati e ad alto contenuto proteico.
Nel caso di allattamento artificiale, bisogna evitare la tentazione di aggiungere nel biberon biscotti, creme e altro al latte. Agli alimenti proposti al piccolo non vanno mai aggiunti zucchero (può favorire le carie), sale (è già contenuto a sufficienza nei cibi), miele (mai sotto l’anno di vita perché potrebbe contenere un germe molto pericoloso, il botulino).
Meglio evitare alimenti a contenuto ridotto di grassi come certi tipi di latte e yogurt, perché il grasso è importante per un organismo in crescita, specialmente per il cervello.