Sanihelp.it – I nonni la chiamavano tosse canina, storpiando l’aggettivo in base alle inflessioni dialettali. Ma il significato era identico ovunque: una tosse convulsiva che imitava l’abbaiare di un cane.
Ignoravano che a provocarla fosse un batterio, la Bordetella pertussis, ma sapevano bene che si trattava di una malattia potenzialmente letale. Nei primi anni del ‘900 la percentuale dei decessi nell’infanzia per pertosse raggiungeva infatti il 10% dei casi.
Oggi la situazione è nettamente migliorata, ma la pertosse continua comunque a essere una delle malattie infettive più contagiose che si conoscano (un bambino può arrivare a contagiare per via aerea fino al 90% di coetanei non immuni con cui viene a contatto) e soprattutto continua ad avere complicazioni gravi: il 20% dei casi deve essere ospedalizzato a causa di complicanze quali polmonite (5%) ed encefalopatia (0.1%).
Anche la mortalità è molto alta: 2 decessi ogni 1000 casi, con punte dell’1% nei bambini al di sotto del primo anno di vita, quasi sempre a causa di polmonite. La malattia è tanto più grave quanto più precocemente colpisce il bambino.
«Il batterio della pertosse – spiega il professor Paolo Bonanni, dell’Istituto di Igiene dell’Università degli Studi di Firenze – si localizza preferibilmente nelle cellule di rivestimento dell’apparato respiratorio ed esercita il proprio potere patogeno per mezzo di numerose sostanze, alcune delle quali possono essere considerate vere e proprie tossine, per esempio la tossina pertossica o PT».
«La malattia – chiarisce il professor Giovanni Gabutti, dell’Istituto di Igiene dell’Università degli Studi di Ferrara – esordisce solitamente con starnuti, raucedine e tosse notturna. Dopo 10-14 giorni, si manifesta una tosse convulsiva e ostinata che rende difficoltosa la respirazione e persino l'alimentazione. Questa fase può durare da 1-6 settimane. Gli accessi di tosse sono costituiti da 5-15 colpi violenti e ravvicinati che si verificano durante una singola espirazione. Solitamente si concludono con una rapida e profonda ispirazione: il tipico urlo inspiratorio e l’espulsione di un blocchetto di catarro molto denso e vischioso. Gli attacchi sono seguiti, a volte, dal vomito. Dopo 4 settimane, gli accessi di tosse diventano meno frequenti e gravi e le condizioni generali del bambino migliorano».
Il vaccino contro la pertosse è solitamente combinato con quello antitetanico e antidifterico (DTaP ), al quale si accomuna per modo e calendario di somministrazione (tre dosi nel primo anno di vita, al terzo, quinto e dodicesimo mese). Per l'immunizzazione dei nuovi nati viene utilizzato il vaccino esavalente che, oltre a proteggere contro la pertosse, previene anche il tetano, la difterite, la poliomielite, l’epatite virale B e le infezioni invasive da Hib.
La protezione conferita dalla vaccinazione antipertossica è di circa l'85%. Poiché la protezione immunitaria conferita sia dalla malattia che dalla vaccinazione si riduce con il passare del tempo, è importante eseguire i richiami previsti (il primo a cinque anni e il secondo a 12), evitando il rischio di trasmissioni involontarie e potenzialmente letali ai neonati.
Grazie al Progetto pertosse, avviato 20 anni fa, l’Italia è stato il primo Paese al mondo a dimostrare l’efficacia e la sicurezza della vaccinazione per la popolazione pediatrica. La percentuale di neonati italiani vaccinati varia da regione a regione, ma è ovunque sopra il 96%. «Vi è ormai una ragionevole certezza scientifica – sottolineano Bonanni e Gabutti – che un bambino vaccinato ha un rischio di contrarre la pertosse di gran lunga inferiore a quello di uno non vaccinato. La scelta di non vaccinare, al contrario, è molto rischiosa», concludono i medici.