Sanihelp.it – Dal 36° Congresso dell’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP), che ha visto la partecipazione al Palazzo dei Congressi di Pisa di oltre trecento specialisti da tutta Italia, emerge un dato importante circa la terapia oncologica per i bambini. Sembra infatti siano finiti i viaggi della speranza all’estero per curare i bambini colpiti da tumore, ora si assiste al fenomeno opposto: il 10% dei piccoli pazienti oncologici infatti arriva dall’estero negli ospedali italiani.
Come spiega il professor Giorgio Dini, presidente dell’AIEOP: «Ogni anno in Italia si registrano in tutto circa 1300 nuovi casi di tumori pediatrici. Il 75% dei piccoli può essere curato con successo e condurre una vita assolutamente normale da adulto. Oggi, infatti, una persona su 450 al di sotto dei 35 anni è un guarito da un tumore sviluppato in età pediatrica.
Da adulti possono con maggiore facilità sviluppare problemi endocrini legati alla chemioterapia, ma sono persone più motivate dei non malati e posseggono maggiori capacità di comunicare e di adattarsi ai disagi della vita rispetto agli altri».
La leucemia è la forma di cancro più frequente nei bambini, ma i piccoli possono essere colpiti anche da tumori del sistema nervoso centrale, dai linfomi, dal neuroblastoma e altre forme più rare.
Lo standard terapeutico dei centri italiani è estremamente elevato, senza differenza tra le regioni del Nord e quelle del Sud: «All’interno delle cinquanta strutture di oncoematologia pediatrica italiane abbiamo inoltre individuato i cosiddetti centri a elevata specialità per il trattamento di specifiche patologie.
E mentre sono ormai finite le migrazioni sanitarie da Sud a Nord, si assiste oggi a un fenomeno in costante crescita: un paziente su dieci è straniero e ciò comporta diversi problemi organizzativi». Questi piccoli pazienti arrivano in particolare dall’Europa dell’Est, dai Paesi Arabi, dal Sudamerica e dal Nord Africa.
La collaborazione con i medici curanti del Paese di provenienza è fondamentale e «Diventa essenziale anche il ruolo del mediatore culturale. Vogliamo creare un network perché tutti i centri italiani che hanno in corso un programma di scambio con l’estero lo condividano con le altre strutture comprese nella rete. L’obiettivo finale è però quello di dar vita a programmi istituzionali di formazione nei centri stranieri, perché i malati possano essere curati al meglio nel Paese di provenienza».