Sanihelp.it – L’Italia è stato il primo Paese europeo a pianificare una strategia di vaccinazione pubblica contro il Papilloma virus (HPV), agente virale che si trasmette attraverso i rapporti sessuali e che può causare infezioni ai genitali femminili che nel tempo possono evolvere in un tumore del collo dell’utero. Dal 2008 le bambine tra gli undici e i dodici di età possono sottoporsi gratuitamente alla vaccinazione, attraverso un’iniezione intramuscolare seguita da due richiami.
Molto si è discusso sull’efficacia o meno del vaccino e tra le critiche mosse a questo strumento di prevenzione una delle principali riguarda la possibilità che la vaccinazione possa offrire una falsa sicurezza alle giovanissime che si affacciano alla vita sessuale, inducendole più facilmente a comportamenti a rischio, come rapporti non protetti che le esporrebbero a gravidanze indesiderate o ad altre malattie sessualmente trasmissibili. Ora uno studio americano sembra però sfatare questa ipotesi.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Pediatrics e condotta dagli studiosi della Emory University di Atlanta, ha coinvolto 500 ragazzine sottoposte al vaccino anti-HPV tra il 2006 e il 2007, confrontate con un gruppo di giovani non vaccinate. Nel 2010 gli scienziati hanno selezionato da entrambi i gruppi 107 ragazze per un test di gravidanza e 55 per il test della clamidia.
Sia tra le ragazze vaccinate che tra le altre si sono verificate due gravidanze nel periodo dello studio, mentre i casi di clamidia sono stati uno tra le ragazze immunizzate e tre nell'altro gruppo. Gli autori della ricerca sono quindi giunti a dichiarare: «I genitori possono stare tranquilli, non ci sono segni di aumento dell'attività sessuale in seguito al vaccino».