Sanihelp.it – Da sempre il sangue ha suscitato nell'uomo sentimenti contrastanti e ambigui, di fascino e repulsione insieme. I tempi moderni non fanno eccezione: basti pensare al recupero in pompa magna della figura del vampiro che stiamo vivendo tra cinema e televisione per capire che il personaggio nato sulle pagine di Bram Stoker più di un secolo fa, e trasportato al cinema da attori come Bela Lugosi e Gary Oldman, non è mai passato di moda. Questi mostri hanno bisogno del sangue, possibilmente di giovani da sedurre, per mantenersi in forze; Elizabeth Bathory, nobile ungherese, era solita fare il bagno nel sangue delle sue vittime vergini per cercare l'elisir dell'eterna giovinezza.
Questi macabri esempi trovano oggi maggiore riscontro scientifico, e per un attimo si tolgono di dosso l'alone di invenzione e leggenda che ad essi si accompagna. Uno studio congiunto delle Università di Stanford e Harvard, pubblicato sulla rivista specializzata Science, ha mostrato come somministrare sangue giovane a cavie da laboratorio anziane ne rallenta il processo di invecchiamento, ne migliora la memoria e l'apprendimento, induce alla formazione di nuovi vasi sanguigni e in generale aumenta le capacità cognitive cerebrali. Il merito sarebbe di una proteina, la gdf11, presente nel plasma dei soggetti giovani in grande quantità ma che via via diminuisce col passare del tempo: questa molecola è dunque diventata la nuova speranza non solo per una vecchiaia meno penosa, ma anche per quanto riguarda il trattamento di patologie neurodegenerative che oggigiorno non hanno soluzione, come il morbo di Alzheimer. Ma non solo: questa scoperta potrebbe avere implicazioni anche in malattie come diabete, ictus, cancro e infarto del miocardio.
Tale esperimento era stato preceduto da due ricerche che avevano prodotto grossomodo risultati similari: la prima aveva dimostrato che il sangue giovane poteva stimolare la creazione di nuovi neuroni e la crescita di cellule staminali cerebrali; mentre gli esiti della seconda inducevano a credere che somministrare sangue anziano in soggetti giovani peggiorava le capacità cognitive dei secondi. Alla luce di quest'ultimo ritrovamento, dunque, non stupisce la relazione causale opposta: il plasma giovane non solo sembra migliorare l'intelletto dell'anziano, ma anche il tono e la resistenza muscolare.
La sfida per i ricercatori americani sarà ora quella di capire se la proteina gdf11 sia l'unica coinvolta nel processo di ringiovanimento, o se vi siano altre molecole all'interno del plasma che contribuiscano a questi benefici. Gli scienziati di Harvard e Stanford chiedono inoltre di poter effettuare lo stesso esperimento su volontari, e non più cavie da laboratorio, di modo da confermare che tale scoperta vale anche per l'uomo e non solo per i topi: la speranza è quella di iniziare la sperimentazione sulle persone entro i prossimi due o tre anni.