Sanihelp.it – La fotografia è un potente mezzo espressivo ed esplorativo. Il primo ad averne colto la valenza terapeutica è stato lo psichiatra Hugh Diamond sul finire dell’Ottocento. Appassionato di fotografia, iniziò ad usare le foto dei suoi pazienti come mezzo diagnostico per identificare alcuni tipi di malattia mentale, poi si rese conto che avevano un effetto positivo quando venivano mostrate loro. I pazienti, infatti, tutte le volte che vedevano uno scatto in cui stavano bene, aumentavano la loro autostima.
Il riconoscimento ufficiale del potere terapeutico della fotografia, tuttavia, è arrivato solo negli anni Settanta del Novecento, in seguito alla pubblicazione dell’articolo di Judy Weiser sulla ‘FotoTerapia’, cioè l’uso della fotografia nel processo psicoterapeutico come mezzo per esplorare se stessi e portare alla luce contenuti non verbali.
Judy Weiser, psicoterapeuta e appassionata anche lei di fotografia, si accorse che le foto stimolavano nei suoi pazienti sensazioni e ricordi diversi, così cominciò a usare gli album di famiglia dei pazienti per stimolare la riflessione e l’analisi e poi chiese ai suoi pazienti di scattare delle foto per commentarle insieme.
La fotografia terapeutica, impiegata al di fuori del processo terapeutico allo scopo di aumentare l’autoconsapevolezza, migliorare le relazioni interpersonali e risolvere piccoli conflitti, viene usata anche in contesti didattici e formativi, ma con finalità non cliniche. Un esempio è ‘Costole’, la produzione fotografica dell’ex modella anoressica Anna Fabroni, che attraverso la fotografia è riuscita a vincere la malattia e a costruirsi una nuova vita.