Sanihelp.it – «Se i pazienti ammalati di tumore si rivolgono così spesso a dottor Google o vanno dallo sciamano di turno, che li cura con noci o con bucce di limone, la colpa è anche un po' nostra, di chi fa parte del sistema sanitario e non dedica abbastanza ascolto e tempo al malato». È il mea culpa di Gabriella Pravettoni, direttore della Psiconcologia dell'Istituto europeo (Ieo) di Milano.
«Credo – ha detto la psicologa – che ci sia un bisogno particolare, in questo periodo, di un'informazione e una comunicazione efficaci. Se i malati non hanno risposte chiare le cercano su Internet dove, il più delle volte, a fornirle sono persone non competenti. Come professionista che fa parte del sistema sanitario faccio autocritica. Credo che nel successo di cure non validate ci sia anche una colpa di chi, operando in sanità, non dedica sufficiente tempo ai pazienti. Perché il bisogno fondamentale del paziente è quello di sentirsi ascoltato. Quando manca l'ascolto, le persone, purtroppo, si rivolgono altrove».
Per Francesco De Lorenzo, presidente della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia, rappresentante dei pazienti, il problema è anche legato all'organizzazione. «I malati vogliono risposte concrete – ha spiegato – una presa in carico e un accompagnamento reale: dove fare l'esame, sapere di avere diritto all'esenzione, avere visite e controlli programmati. Nelle rare realtà regionali che hanno sperimentato questo, la differenza è evidente. Il malato deve sapere, dopo la diagnosi, il percorso che deve seguire, così come deve esserci un contatto diretto con l'oncologo per l'informazione. Il volontariato ha saputo dare risposta a questi vari passaggi negli anni».