Sanihelp.it – Disturbo comune nell’infanzia, l’enuresi notturna, ossia l’emissione involontaria di urina nel sonno, interessa circa un bambino su cinque fra i 5 e i 6 anni, ma anche bambini d’età superiore. Il problema riguarda pure il 2% degli adulti. Il prossimo 28 maggio si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Enuresi per sensibilizzare sulle cause del problema, sulle possibili soluzioni e per promuovere il dialogo con il pediatra.
L’enuresi è un disturbo di cui si può iniziare a parlare dai 5 anni, quando l’apparato urinario è ormai maturo. Tra le diverse cause vi sono la predisposizione familiare, la ridotta produzione dell’ormone antidiuretico (ADH) durante la notte e la difficoltà di controllo della vescica. Esistono tre tipi di enuresi. Quando il problema dipende da un deficit del normale aumento della produzione notturna dell’ormone ADH si è in presenza di enuresi monosintomatica. In altri casi, il problema è riconducibile a improvvise contrazioni del muscolo della vescica, che non sono fermate dalle strutture del cervello che dovrebbero tenerle sotto controllo. Vi è infine la cosiddetta forma mista, caratterizzata dalla presenza contemporanea di entrambe le cause.
Si è poi soliti distinguere l’enuresi anche in primaria e secondaria. Quest’ultima, in cui ricoprono un ruolo rilevante i problemi psicologici che possono affliggere il piccolo, si manifesta dopo un periodo di almeno 6 mesi in cui il bambino non ha bagnato il letto. Nella forma primaria, invece, il bimbo fa la pipì a letto quasi ogni notte e non c’è mai stato un periodo di almeno 6 mesi in cui ha lasciato sempre il letto asciutto.
Per affrontare il problema è fondamentale rivolgersi al pediatra. Tuttavia, non tutti i genitori lo fanno. Da un’indagine telefonica svolta con metodo TFN, Tool Free Number, che ha coinvolto 13mila famiglie emerge infatti che il 61% non si è mai consultato con un pediatra né ha mai assunto farmaci per risolvere tale problema. Inoltre, il 16% di quelli che non si sono mai rivolti al pediatra ha più di 12 anni.
Il pediatra, dopo aver visitato il piccolo, fa compilare ai genitori il diario minzionale. Nella maggior parte dei casi, è sufficiente leggere questo diario per riconoscere il tipo di enuresi e prescrivere una terapia adeguata. «Una volta in possesso di tutte le informazioni utili a inquadrare la periodicità dell’enuresi, la capacità e funzione vescicale, il vissuto del problema e considerato che il sonno profondo è un problema comune a tutti questi bambini, il primo obiettivo diagnostico del pediatra sarà quello di individuare il tipo di enuresi di cui soffre il bambino», afferma la professoressa Maria Laura Chiozza, urologo, pediatra e senior expert della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Padova.
Per evitare ripercussioni sull’autostima del bambino, da non colpevolizzare, sono fondamentali la diagnosi e il trattamento precoci, utili anche ad abbassare il rischio di incontinenza da adulti. «Oltre ad attenersi a consigli comportamentali, come non trattenere la pipì di giorno, nelle forme più severe di enuresi, previo consulto di uno specialista possono essere prescritti farmaci, da scegliere in base alla causa scatenante», spiega il dottor Antonio D’Alessio, chirurgo urologico pediatrico e pediatra, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Pediatrica dell’ASST Ovest Milanese, Ospedale di Legnano (Milano).
Nei casi meno seri, può bastare seguire alcune buone abitudini come: fare la pipì prima di dormire; frazionare l’assunzione di bevande durante il giorno, riducendola dopo le 18; limitare il consumo di cibi salati e ricchi di calcio (latte, yogurt e formaggi) a cena; combattere la stitichezza; contrastare il sovrappeso.
Nei casi più seri (quando si bagna il letto quasi ogni notte), è invece necessario seguire una terapia farmacologica, che prevede il ricorso all’ormone antidiuretico sintetico (vasopressina) quando il problema è dovuto alla ridotta produzione di ADH e ad anticolinergici se l’origine del disturbo è la difficoltà nel controllo della vescica. Per le forme miste, vanno assunti entrambi i farmaci. Accanto alle terapie farmacologiche e comportamentali, un peso rilevante lo riveste lo spirito dei genitori, che dovrebbero tenere sempre un atteggiamento positivo, senza però trascurare il problema. Se si affronta la situazione nel modo sbagliato l’autostima del figlio potrebbe risentirne.Duqnque è fondamentale che la mamma e il papà:
– si rivolgano al pediatra se a 6 anni il bimbo bagna ancora il letto
– non rimproverino il piccolo
– sappiano che il risveglio programmato non rappresenta una cura, poiché non insegna al bambino come rimanere asciutto.