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Covid-19: quanto si sono ammalati medici e infermieri?

Sanihelp.it – Comprendere l’effettivo sviluppo della risposta immunitaria (IgG) a Covid-19 tra i professionisti delle strutture lombarde del gruppo Humanitas: medici, infermieri, operatori socio sanitari, tecnici, personale di staff. È l’obiettivo di COVID Care Program. «Dallo studio – spiega Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas e professore emerito di Humanitas University – è emerso che l’ospedale, se ben protetto, può essere un luogo sicuro per i malati e per chi ci lavora. I dati evidenziano inoltre come la diffusione del virus tra il personale delle diverse strutture sia in linea con la situazione del territorio di appartenenza».


Lo studio, su base volontaria, inizia con un prelievo di sangue per la ricerca di anticorpi IgG anti-SARS-Cov2 (analisi sierologica) e un’analisi anamnestica cui segue, in caso di presenza degli anticorpi, un tampone per la ricerca del virus. Con fine maggio si conclude la prima fase dello studio, che prevede una durata complessiva di un anno.

«Gli anticorpi IgG contro SARS-CoV-2 rappresentano la traccia del contatto con il virus e potrebbero avere un ruolo protettivo – spiega Maria Rescigno, ricercatrice di Humanitas e docente di Humanitas University, che ha coordinato Covid Care Program – Sono stati misurati in 3.985 professionisti di ospedali e centri medici Humanitas in Lombardia che, in questi mesi, hanno avuto un livello diverso di esposizione al virus».

Humanitas Gavazzeni a Bergamo, trasformato fin dall’inizio dell’emergenza in un ospedale Covid, e l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas Mater Domini di Castellanza sono state le strutture più esposte al virus. Lo studio è stato condotto anche in Humanitas San Pio X a Milano e nei Medical Care presenti sul territorio di Milano e Varese.

«Dallo studio – prosegue la professoressa Rescigno – emerge che la percentuale di positivi agli anticorpi IgG contro SARS-CoV-2 è pari al 15%: si va dal 3% di Humanitas Medical Care di Varese al 43% di Humanitas a Bergamo. La percentuale di positività identica fra operatori sanitari (medici e infermieri) che sono stati in prima linea contro il virus e personale di staff, che per lo più ha lavorato da casa in smart working, fa pensare che la diffusione del virus sia avvenuta per lo più al di fuori degli ospedali. Un dato rinforzato dall’alta percentuale di professionisti (32%) che sono stati a contatto diretto con familiari affetti da COVID».

Da notare come il maggior numero di positivi si registri fra le donne (14% rispetto all’11% degli uomini), mentre l’esposizione al virus varia in base all’età, decrescendo nel sesso femminile con l’aumentare deli anni. Gli uomini registrano invece un picco di positività tra i 40 e 50 anni. Fra le persone positive alle IgG, la percentuale di asintomatici è il 10%, superiore (20%) quella di chi ha avuto 1-2 sintomi (paucisintomatici) per lo più perdita di olfatto e/o gusto e febbre.

Conclude Mantovani: «Lo studio non ha l’obiettivo di fornire la cosiddetta patente immunitaria perché allo stato attuale delle conoscenze nessuno può assicurare che una persona non si ammalerà, o riammalerà, di Covid-19 sulla base della presenza di anticorpi. Ma permetterà, grazie alle fasi successive, di chiarire la relazione fra i diversi livelli di anticorpi e la resistenza al virus, aiutandoci a definire la quantità di anticorpi necessaria per avere una protezione efficace, e di capire quanto durano la risposta e la memoria immunologica».


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