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Adolescenti: occhio all’insonnia da social

I risultati di una ricerca

Sanihelp.it – Sono tanti e diversi gli allarmi legati allo stile di vita degli adolescenti, che i genitori dovrebbero tenere d'occhio. Smartphone e social sempre più precoci. Diminuisce la già scarsa propensione alla lettura. Uno su quattro non fa alcuna attività sportiva. Emergenza sonno: a letto tardi, dormono poco, e restano connessi anche di notte.


Qualche segnale positivo relativo al consumo di sostanze alcoliche: aumenta l’età del primo contatto (in ambiente familiare) con una bevanda alcolica e cresce la percentuale di chi non beve, ma non diminuiscono le ubriacature (binge drinking) di gruppo. È ciò che emerge da un'indagine realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di Ricerca Iard.

La ricerca mette in luce che se da un lato stili di vita e comportamenti attribuibili all’adolescenza proseguono spesso fino oltre i 30 anni d’età, sull’altro versante assistiamo a una progressiva anticipazione di questi comportamenti. Circa il 60% per esempio ha il suo primo cellulare già tra i 10 e gli 11 anni. Non va meglio con i social: il 54% inizia tra gli 11 e i 12 e il 12% prima dei 10 anni.

Confrontando i dati con quelli relativi all’edizione 2017 della medesima indagine si evidenzia – a dispetto degli inutili fiumi di raccomandazioni degli esperti – una continua precocizzazione del fenomeno, così come è in aumento la percentuale dei giovanissimi che non utilizza alcuno strumento di protezione del profilo (11% al 15%).

Quando l’accesso a un social prevede un’età minima (che non hanno) per accedervi, non rinunciano, ma il 47% indica l’età minima per poter accedere, il 20% un’età a caso e il 23% di essere maggiorenne. «Un esordio in età pressoché infantile – afferma Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – è pericoloso in quanto non si ha la necessaria maturità psicologica per utilizzare strumenti di comunicazione così potenti e insidiosi». 

Ma al di là dei pericoli più visibili – la deriva del cyberbullismo è il più evidente – la permanenza H24 nell’agone della piazza virtuale contribuisce ad aumentare la fragilità di una generazione di adolescenti costantemente in ansia da prestazione. Si conferma il progressivo calo di Facebook e l’incremento di Instagram. Parabola discendente per Ask Fm, mentre è in crescita Snap Chat. Diventa consistente l’utilizzo di Telegram e This Crush. WhatsApp è incorporato in tutti gli adolescenti. Il 40% è entrato in contatto (direttamente o non) con episodi di cyberbullismo. Positivo (ma poi lo farebbero?) che il 56% dica che la prima cosa da fare è avvisare i genitori.

Il 34% dei maschi non legge alcun libro: il trend è in costante diminuzione. Viceversa aumentano i sedentari. «Gli effetti – sottolinea Gianni Bona, Ordinario di Pediatria all’Università di Novara – sono una percentuale sempre maggiore di adolescenti sovrappeso, se non obesi. L’attività fisica e sportiva – della quale il rapporto con compagni di squadra e avversari è parte integrante – è necessaria per lo sviluppo fisico e psicologico».


Solo il 6,8% afferma di dormire almeno 9 ore per notte. Il 72% delle femmine e il 58,5% dei maschi ha problemi ad addormentarsi. Frequenti i risvegli notturni. «Ritardare il momento di andare a dormire – evidenzia Maria Luisa Zuccolo, dell’Associazione Culturale Pediatri – può determinare la comparsa di un disturbo del ritmo sonno-veglia. Secondo i dati la frequenza del problema, chiamato Sindrome da fase del sonno ritardata, nella popolazione adolescenziale è stimata tra il 7-16%, ma potrebbero essere di più».

E il medico? Questo sconosciuto. Spiega Marina Picca, Presidente della Società Italiana Cure Primarie Pediatriche Lombardia: «Non abituare gli adolescenti a vedere nel medico un punto di riferimento rischia di rendere più complessa la transizione dal pediatra al medico di famiglia che con l’adolescente deve costruire ex novo».

Un terzo degli adolescenti intervistati avrebbe piacere di avere dei momenti di colloquio riservato con il medico, senza la presenza dei genitori. Un contatto prezioso, che molti pediatri già propongono (ma non possono imporre), e dipende dalla sensibilità dei genitori nel rispettare le esigenze di privacy dei figli. Ma quasi il 50% del campione ritiene che il medico debba e possa sempre riferire ai genitori (se si è minorenni) quanto viene detto in un colloquio, anche se riservato.

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